domenica 3 aprile 2011

Il Mulino del Po


Finalmente, dopo otto mesi di lettura, per la verità irregolare e frammentaria, ho completato la scalata all'Everest della letteratura italiana: “Il Mulino del Po”, di Riccardo Bacchelli. L'opera, in tre volumi di circa settecento pagine ognuno, fu scritta tra il 1938 e il 1940, al ritmo di un tomo all'anno, e segue il filone del romanzo storico italiano, che parte da “I Promessi Sposi” di manzoniana memoria, croce e delizia di generazioni di liceali, prosegue con le “Memorie di un italiano”, di Ippolito Nievo, e continua con opere moderne o contemporanee, tra le quali cito, perché prime mi vengono alla memoria, “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa e “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi, vincitore del premio Strega nel 2010.
Anche in questa monumentale opera di Bacchelli, come nelle altre citate, si raccontano vicende personali ma ambientate e influenzate da quello che accade attorno: qui la vita della famiglia Scacerni, molinari sulla riva ferrarese del Po, è influenzata dalla storia dell'Italia prima napoleonica, poi preunitaria, infine del Regno.
Riassumere la trama di duemila pagine di romanzo è operazione inutile e noiosa, ma qualche cenno occorre darlo: Lazzaro Scacerni è un pontoniere dell'esercito di Napoleone e scampa, tra mille peripezie, alla rotta nella campagna di Russia; il suo bisnipote, terzo nella famiglia a portare lo stesso nome, centosei anni dopo si trova a fare il pontiere su un altro fiume, il Piave, e, sul finire dell'ottobre 1918, trova la morte, unico e ultimo erede della sua famiglia di orgogliosi mugnai. Uno salva la vita nel momento della sconfitta, l'altro la perde in quello della vittoria, come una sorta di chiusura del cerchio. Tra questi due eventi la narrazione delle vicende della famiglia, con personaggi scolpiti a tutto tondo come Lazzaro stesso, fondatore della dinastia e costruttore del San Michele, il mulino di famiglia, Dosolina, di lui moglie, Giuseppe, il loro figlio deforme e degenere, Cecilia, salvata dal naufragio del Paneperso, altro mulino trascinato dalla corrente durante una piena, e costretta da costui a sposarlo con l'inganno, Princivalle e Berta, due dei loro figli. Oltre a questi, veri protagonisti della narrazione, possiamo citare anche eroi negativi, come il Raguseo, strozzino, contrabbandiere, bandito rotto a ogni iniquità, Virginio Alpi, informatore, spia, sbirro della peggior specie, servitore del Papa prima e degli Austroungarici poi, ma, soprattutto, di se stesso e dei propri interessi, per finire con Epicarmo Raibolini, capolega della Guarda, intriso di confuse idee socialiste ma desideroso di imporre il proprio potere, e lo Smarazzacucco, ruffiano, ladro, contrabbandiere privo di scrupoli, che con le loro calunnie renderanno Princivalle l'omicida del futuro cognato, Orbino Verginesi, promesso alla sorella Berta.
Ancora, tanti comprimari, comparse, figure secondarie che in qualche momento assurgono al rango di antagonisti o deuteragonisti, si staccano dallo sfondo e portano il loro mattone all'edificio monumentale di questo romanzo. Come dimenticare la Sniza, ladra e prostituta di campagna, che si innamora perdutamente di Princivalle: memorabile è il racconto dell'accoglienza che riserva al giovane, appena prosciolto dall'accusa di aver bruciato dolosamente il suo mulino, un'accoglienza a base di salama da sugo, sapido insaccato da pentola tipico del Ferrarese, rubato all'emporio del paese, e sesso. Princivalle divora entrambe le pietanze, la salama e la donna, con grande appetito, e, quando lei le dichiara il suo amore, la deride. Se ne possono citare tanti altri, come lo Schiavetto, garzone sul mulino, segretamente e perdutamente innamorato di Cecilia, il Bregola, spia del governo e gestore dell'emporio del paese, Luca Verginesi, la Lantision, il commendator Clapasson ma l'elenco diventerebbe lungo e stucchevole.
Sullo sfondo, sempre presente, sempre foriera di conseguenze per i nostri eroi, la Storia, quella con la “S” maiuscola. Un esempio? senza l'Unità d'Italia non ci sarebbe stata la tassa sul macinato, e senza quel tributo, che salvò le finanze del neonato Regno, ma fu percepito dal popolo come un balzello iniquo, gli Scacerni non si sarebbero tramutati in evasori fiscali e Princivalle non avrebbe incendiato il San Michele per sottrarlo all'ispezione notturna della Guardia di Finanza. E questo è solo un esempio di come gli eventi del mondo entrano prepotentemente e plasmano le vicende della famiglia dei mugnai ferraresi. Non è, tuttavia, solo la Storia, quella dei grandi fatti e dei grandi eventi, a segnare la vita della famiglia: c'è anche una storia molto più minuta, locale, fatta di piene e di alluvioni, di rotte e di secche, di temporali, trombe d'aria, debiti, prestiti, imprenditori che arrivano e cercano di imporre le regole di un'agricoltura industriale e razionale alle famiglie dei coloni, legate alle tradizioni, al versuro, alle sementi prelevate dal raccolto dell'anno precedente. C'è posto per tutto e per tutti in questa saga secolare, nella quale Bacchelli trancia giudizi severi contro liberali, socialisti, clericali e mangiapreti, Destra Storica e Sinistra di De Pretis e Giolitti. Alcune pagine, scritte tra la fine degli anni Trenta e l'inizio del decennio successivo, che descrivono la situazione economica e politica dell'Italia Umbertina, potrebbero essere riprese oggi, tanta è la loro attualità, a indicare che, in fondo, i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, non sono una mera speculazione filosofica.
Il romanzo è difficile da leggere perché il suo italiano è spesso impervio, non per scarsa scorrevolezza, ma per complessità sintattica: prosa varia, ricca di termini a volte desueti, a volte quasi dialettali (bragliano e versuro sono parole di difficile reperimento sui dizionari, così come appartengono al gergo agricolo termini come boaria, soccida o zerla), una lingua ricca, pingue di parole, ben diversa dall'italiano elementare al quale ci ha abituato la televisione. Non esiste quasi pagina, nel romanzo bacchelliano, che non contenga almeno una parola che obbliga il lettore alla consultazione del dizionario. Certe descrizioni, che si protraggono per pagine, sono dei quadri in parole e anche questo è uno dei motivi che rendono di difficile lettura “Il Mulino del Po”: l'ampiezza delle descrizioni, riguardino queste il paesaggio o gli eventi storici, che fanno perdere quasi di vista il filone principale del romanzo.
Quel senso di stanchezza che a volte coglie il lettore può essere scambiato per noia, ma è, forse, un senso di inadeguatezza e di vertigine che ci prende di fronte a quest'opera, certamente una delle maggiori del Ventesimo secolo.
Un libro non per tutti, ma la cui lettura arricchirebbe chiunque.

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