giovedì 20 dicembre 2007

"Sette minuti a piedi" (Inedito di Paola Di Girolamo)

Anche stamattina decido di passare da Lino che, con sorriso sornione, mi saluta da dietro gli occhiali, stringendo gli occhi a formare una raggiera uniforme di rughe sottili.
Non c’è mattino che non trovi sua moglie Maria indaffarata a rivoltare sottosopra il piccolo bar. Con la pezza un po’ umida passa in volata su bottiglie, mensola, bancone, cassa. Drin. Puntualmente, Lino mi pone la stessa domanda: “L’acqua come la vuole?”.
“Una bottiglia da un litro e mezzo, liscia, fresca”.
“Grande?”. “Naturale o frizzante?”.

Annuisco a entrambe le frasi. Lino mette la bottiglia accanto alla cassa.
Deposito automaticamente un euro e venti sul piattino di vetro. Esco di corsa, alzando la mano per salutare.
Sulle mie spalle grava il peso del portatile. Mi aggiusto gli spallacci dello zaino, doppi e imbottiti. Sono ormai lontani i tempi dell’Invicta di tela leggera dove entravano a mala pena i quaderni piccoli.
Anche oggi mi siedo con riluttanza. Un nuovo giorno alla scrivania.
Da sei mesi ho cambiato città: vivo in periferia. Ma a poca distanza dal centro. Sono laureato, ma non credo che serva a molto specificarlo. A volte penso di omettere questo particolare dal mio CV. Quando ricordo con quanto orgoglio i miei genitori mi guardavano, il giorno della mia laurea, un anno fa, lo inserisco. Almeno per evitare che qualche sprovveduta segreteria contatti casa mia per chiedere se voglio accedere ai corsi di professionalizzazione, che la regione offre ai disoccupati con licenza media superiore.
È incredibile come le informazioni viaggino velocemente e senza filtro in tempi come questi, dove tutti si riempiono la bocca di termini come “privacy” e “diritti”.
Meno venti. Meno dieci alle diciotto.
In un ideale scanning dei discorsi dei politici in TV, negli ultimi dieci mesi, le tag più diffuse risulterebbero essere sicuramente “opportunità”, “giovani”, “futuro”, un po’ messe alla rinfusa e giocate a piacimento, con il solito cruccio in viso e lo sguardo contrito.
Sono stagista da una vita come i miei tre amici: tutti laureati, tutti fuori sede.
Li contatto velocemente per sapere come vanno le cose. Non sono online, tranne uno che anela: “Vacanze venite a me”. Degli altri mi faccio un’idea al volo quando leggo la frase accanto al nick: “Cos’altro mi deve capitare?” e “Ora estoy mejo”, chiedendomi perché mai uno debba ostinarsi a parlare l’itagnolo.
Lo chiamo. “Che succede?”.
“Mi danno duecentocinquanta euro questo mese”.
“Ammazza, non sarà mica impazzito il tuo capo?”.
“E te?”.
“Sono uscito ora, ci sei questo weekend? Pensavo di tornare a casa. Non vedo i miei da due settimane. Mia madre non fa che dirmi che sono una voce di spesa onnipresente nella sua lista mensile e che la chiamo solo per…Vabbè, la storia la conosci già. Scusa Carlo”.
“Ma figurati, ora ti saluto. Sono in autobus e il tipo accanto a me mi sta strattonando per sedersi”.
Sento un vociare in sottofondo. Carlo chiede scusa e si prende un “maleducato!”.
“Ok, a presto”.
“Ciao”.
Sto per fermarmi a far la spesa, ma mi rendo conto, quando sto per entrare, che il bancomat non mi permette di ritirare. La carta è smagnetizzata.
La tipa alla cassa mi guarda inarcando le sopracciglia. Arretro un po’. Poi fingo di ricordare un impegno, portando di scatto la mano sulla fronte. Troppo. E troppo meccanico il gesto. Finto. Esco con passo lungo, sotto lo sguardo insospettito della cassiera.
Passando di fronte al bar di Lino, intravedo sua moglie che armeggia con scopettone e mocio. Lino fuma una sigaretta sulla porta. Non lo saluto, pensando che non mi riconosca.
Mentre gli passo davanti mi segue con lo sguardo.
Un senso di insicurezza pervade il mio incedere lento. Metto male i piedi l’uno dopo l’altro, inciampo a volte nel mio passo. Caspita.
So di non avere l’aria di chi sa dove sta andando e soprattutto dove andrà. Mi concedo di credere che la vita sia stata ancora poco generosa con me per via dell’età. Trentadue anni. Non sono pochi. Non sono certo tanti, mi ripeto convinto tra me e me, mentre entro in casa.
Ines, studentessa Erasmus, ventiduenne, olandese, incrocia il mio sguardo: “Is everything OK?”.
“Sure”.
È intenta a sottolineare da un tomo alto dieci centimetri. Studia architettura. Sa già che diventerà un famoso architetto, come suo padre.
Sua madre, insegnante, gliel’ha descritto come un uomo “altruista, elegante” e “architetto”.
Ha una sua foto, di spalle, che conserva sempre in ogni libro che legge. Alla fine di ogni capitolo la sposta, consumandola nel tempo con le dita sicure e veloci.
Sono ancora vestito mentre cerco di addormentarmi, ma la voce di Janis Joplin mi rimbomba negli orecchi: “Oh, lord, want you buy me a Mercedes Benz…”.
Sento bussare. È Ines, che non riesce a dormire. Ha sentito sua madre per telefono. Verrà a trovarla presto in Italia e lei non sta nella pelle. È talmente entusiasta che per la quinta volta mi ripete: “Mum’s coming!”.
Mi ha contagiato con la sua gioia e, guardandola dritto negli occhi, continuo a sorriderle per un tempo infinito.
Mi addormento così. Sono contento per lei. In sogno le corro incontro e l’abbraccio, cingendola con le spalle forti.
Mi sveglio al mattino con la sensazione di aver corso troppo. Mi specchio e noto che le spalle magre mi fanno sembrare ridicolo al cospetto del ragazzino del primo piano: gioca a calcio da quando ne aveva cinque. Ora ne ha sedici e spero vivamente di aver cambiato casa, prima che ne compia venti.
Incrocio velocemente Ines in corridoio mentre mi accingo a far colazione. Mi saluta e, con voce squillante, urla che Matteo e Giovanni sono ancora a letto. Esce sbattendo la porta: è euforica.
Temo per un attimo, ma per fortuna nessuno si sveglia. Quei due si alzeranno che il sole sarà già alto. Forse persino al tramonto.
Giovanni è studente di lettere. Fuori corso. Non so precisamente da quando. Ricordo che, quando mi iscrissi all’università, Giovanni era già qui da un anno o due.
Matteo lavora di notte. Fa il barman per pagarsi gli studi di grafica. Inizia alle sei del pomeriggio per mettere in ordine i tavoli e torna a casa ogni notte alle tre, per cui non è che gli rimanga molto tempo per fare altro, escludendo le ore di sonno.
Mi rendo conto di aver fatto tardi e mi infilo in ascensore mentre finisco di inghiottire un plumcake. Passo da Lino ma tiro dritto. Non ho molto tempo da perdere.
In mattinata il capo mi annuncia, con pochissimo preavviso, che non può tenermi ancora. Neanche come stagista. Non sarebbe giusto.
“Giusto?”.
“Si, hai trentadue anni. Non possiamo bloccarti in una realtà in cui non c’è possibilità di crescita per te”.
“Ma, perché?”.
“Abbiamo bisogno di un professionista meno, come dire, si, forse meno preparato professionalmente. Più giovane. Con questo senza dire che tu sia…. Insomma. No di certo.”.
Mi allontano dall’ufficio con la sensazione di essere sceso bruscamente da un treno in corsa.
Non riesco ancora a farmene una ragione. Ho raggiunto dei discreti risultati a lavoro e nessuno si era mai lamentato di me prima d’ora. Deve esserci stato un qualche complotto interno, di cui non mi sono mai reso conto. Forse la segretaria, Angela. No, credo si chiami Anna. Lei sicuramente ha a che fare con questa storia. Domani l’aspetto sotto l’ufficio. All’uscita la blocco e le chiedo spiegazioni. Forse è per la richiesta di quel cliente rimasta sulla mia scrivania per mesi.
Non riesco a crederci.
“Carlo, pronto. Carlo, mi hanno mandato via dall’ufficio. Non ci credo ancora. No, nulla di così eclatante. Semplicemente non faccio più al caso loro”. “Si, si. Va bene. A dopo, allora. Chiamami, ok?”.
Carlo non mi chiama in serata. Neanche il giorno dopo. Non risponde al telefono.
Chiamo sua madre che mi conferma che è in casa. Me lo passa. Una voce bassa risponde dall’altra parte.
Quasi non sento ciò che dice. “Cosa?”. “Carlo! Chi è che…”.
Carlo abbassa il ricevitore con un tonfo sordo.
Non è possibile.
La ragazza di Carlo è stata scippata. Cadendo dalla bici, ha sentito una grossa fitta al basso ventre. Ha fatto dei controlli in ospedale. Era incinta.
Carlo è distrutto.
Mi sento male. Mi si annebbia la vista.
Torno a casa e passando mi fermo da Lino. Prova ad anticiparmi e apre lo sportello con le bottiglie di acqua, ma in un soffio gli chiedo un pacco di Pall Mall. Rosse.
Mi porge il pacchetto mentre mi scruta da dietro le lenti con gli occhi azzurri inumiditi, velati per l’avanzare dell’età. I baffi si piegano un po’ in un sorriso amichevole e disponibile.
Io non sono in vena di chiacchiere. Non stasera. Mormoro un buonasera veloce e lascio il locale prima che scenda il buio.
Non mi sono reso conto di aver girovagato per ore dopo la telefonata con Carlo. Ho camminato lungo il fiume che attraversa placidamente la città: Firenze si è svuotata in questi giorni di fine giugno. Nei weekend file di macchine invadono i viali per uscire dalla città.
Arrivo a casa e trovo Ines seduta sul divano, con il suo libro sulle gambe. Si gira e mi sorride. Gli occhi grandi le si illuminano.
Mi chiudo in camera per un po’. Ho molte cose da pensare. Tante questioni su cui riflettere. Ho tanto tempo, d’altronde domani è sabato. In fondo non ho più un lavoro e sono libero anche lunedì.
Mi viene in mente quando da bambino mi sedevo sulle gambe di mio nonno. Mangiavo con lui la sua minestra. In realtà, mangiavo tutta la sua minestra e la nonna era costretta a mettere di nuovo il latte sul fuoco con il pane a mollo.
Ora mia nonna vive da sola e anche noi nipoti andiamo a trovarla pochissimo.
Il sabato passa velocemente e apro gli occhi che è già pomeriggio inoltrato. Sento delle voci provenire dalla cucina. La madre di Ines è arrivata. Una donna sulla cinquantina, di bell’aspetto, molto signorile. Mi porge il caffé. Ines è rannicchiata sul divano ed è molto pensierosa.
Torno in camera mia per lasciare madre e figlia libere di parlare. Mi addormento di nuovo, forse per non pensare.
In una sorta di stato catatonico, mi risveglio che è già sera inoltrata.
Non so più chi sono, cosa faccio in una città che non mi appartiene e a cui non appartengo. Non ho nessuno su cui contare e nessuno che conti su di me.
Intravedo Ines nella sua stanza. È china sul tavolo. Per un attimo penso di non disturbarla, ma non vedo più sua madre.
Ines mi guarda un po’ sorpresa. Mi sembra stanca, le occhiaie di chi non dorme da tempo.
Le chiedo dove sia sua madre.
“E’ partita”.
Mi fissa per un lungo attimo e mi sembra di perdermi nei suoi occhi. Non riesco a cogliere quella nuova luce, né il senso del vuoto che mi pervade.
Mi porge la foto di suo padre. Ora è un collage disordinato di minuscoli pezzettini attaccati tra loro con il nastro adesivo. Le chiedo perché l’abbia strappata.
Mi guarda ancora a lungo. Poi sospira e mi racconta che suo padre non era un architetto. Non era elegante, non era signorile. Suo padre, che non ha mai conosciuto, non ha mai vissuto con la mamma e non l’ha mai amata.
Non capisco ciò che dice.
“The man who gave me birth… He has met her on a street during the night. He…”. L’abbraccio forte. Mi chiedo perché ora. Perché a lei.
Perché a Carlo. Perché a me.
Non ho la forza di sopportare altro.

Più tardi scendo per una birra. Il bar di Lino è ancora aperto. Mi siedo. Sorseggio la mia birra con calma. Non ho fretta e Lino chiude molto tardi.
Mi chiedo come faccia a reggere tante ore in piedi alla sua età.
Scoppio in lacrime. Sgorgano copiosamente dai miei occhi.
Lino mi porge un fazzoletto bianco di stoffa e si siede accanto a me. Resta con me per un tempo interminabile. Non parla, non mi forza a farlo.
Inizio io. So di non potermi trattenere. Lino mi ascolta con pazienza per ore, di tanto in tanto mi porge il fazzoletto. Parlo a testa bassa. Provo un po’ di vergogna. Ricordo a me stesso di avere trentadue anni. Non posso piangere. Faccio per alzarmi ma Lino mi poggia il suo braccio scarno sulla mano. Ha gli occhi velati come di chi ha pianto.
Il mattino dopo passo da Lino. Dalla vetrata osservo Maria che accarezza il bancone con un panno umido.
Mentre entro nel bar, Lino alza lo sguardo e mi saluta con un ampio sorriso: le rughe gli incorniciano gli occhi come un girasole appena schiuso.

Continua...

lunedì 17 dicembre 2007

"Il vento del ‘43" (Inedito di Marco Busetta)

A mio padre
Continuavano i bombardamenti, né potevano ragionevolmente finire se prima non fosse accaduto l’irreparabile. Sentiva questa convinzione tanto fisicamente da non poterla definire un distratto presentimento; né tanto meno il frutto di un’immaginazione pure ragionevolmente prostrata dai trenta giorni di cannoni inglesi. Erano i primi di giugno, e l’unica altra cosa chiara che sentiva era il voltastomaco per il solo alimento che riusciva a reperire con facilità: chili di uva passa, nient’altro, che presto gli avrebbero cariato i denti. La portaerei del Mediterraneo moriva di fame, o almeno così era per lui. D’altro da mangiare era difficile trovarlo: qualcuno diceva che le bombe pescavano bene, nel porto, e che c’era solo da scendere a raccogliere pesci stecchiti sulle banchine; ma la verità era che sembrava che nessuno credesse davvero che la disgrazia sarebbe finita, magari di lì a qualche giorno, e bisognasse pensare invece al dopo, a continuare a curare la terra. Facevano schifo quei divertimenti a festeggiare la morte, non si accorgevano che quei pesci potevano essere loro, anche domani, anche la sera stessa: un disgusto peggio dell’uva passa gli saliva con un conato. Nessuno voleva accudire quella terra, nessuno voleva volgersi a porle un disperato omaggio. C’era chi raccontava ancora che tanto in fondo agli hangar c’erano provviste per anni. Nessuno voleva dedicarsi a riprendere a grattarla, a solleticarla, a ferirla quella terra perché rimarginasse ogni cosa con la sua polvere buona, con la sua polvere sana.

Si teneva in piedi appoggiato a un muro davanti la casa e si chiedeva se avrebbe mai ripreso a far pascolare la capra. Ora la teneva chiusa nel giardino dove era piantato il limone, costruito in pietra nera alla maniera araba, visto che la stalla era occupata. Veniva a dormirci un poveraccio. Portava da mangiare la sera e al mattino, quello che trovava, in genere uva passa, pane, fieno, a quello e alla capra, anche se non gli pareva cristiano che mangiassero insieme. Poteva stare, nessuno l’avrebbe cacciato, ma l’importante era che non si cenasse alla stessa tavola. L’aveva sentito alzarsi al mattino col buio, e rientrare a notte già fatta. Non parlava quasi mai, si limitava a ringraziare, una o due volte, se s’incontravano. Andava in giro, non si capiva per cosa, dicevano che era amico dei tedeschi. Ogni tanto rientrava con qualcosa di involto in uno straccio, ma cercava di tenerlo nascosto. Forse una mezza stecca di sigaretta o una pistola o del pane. Si dicevano tante cose, che gli italiani si sarebbero arresi, che molti volevano farlo subito, ma c’erano due o tre ufficiali che facevano i duri. La capretta la faceva uscire quando poteva, si vedeva che era nervosa a star chiusa lì dentro. Quella povera bestia non poteva stare tutto il giorno in galera, sarebbe morta, ma di farla pascolare libera non gli sembrava proprio il caso. Quando era fuori c’era il rischio che qualcuno la rubasse, con la fame che c’era. Anche il morto di fame che ospitavano, poteva mangiarla, così, a morsi. Cercava quando poteva di scendere al porto, per cercare pane e pasta, ma era diventato molto prudente. Attraversando il paese i piedi sembrava soffrissero di una dolenzia nuova, che niente aveva a che fare con le suole di cartone bucate e le pezze di stoffa ai piedi. Il paese era in buona parte macerie, il castello era un mezzo gigante ottuso, illeso, ma che sembrava avesse conosciuto un grande spavento; gli pareva di sentirlo lamentarsi, con un mugugno sordo. Barcollando sentiva per le strade la debolezza, l’inappetenza verso ogni resistenza concreta; i P-38 seguitavano le incursioni, la notte ogni tre ore. Si sentiva l’antiaerea che sputava molliche, infine le esplosioni a grappolo. E dalla terra pareva salire, attraverso un dolore nuovo, mai provato prima, tutta quella tragedia. La sentiva proprio camminandoci in mezzo. Per fortuna ci sarebbe stato l’onore delle armi, almeno quello. Si diceva anche che qualcuno quegli ufficiali irriducibili presto o tardi li avrebbe fatti secchi. Doveva essere il fischio degli aerei, doveva essere la puzza di fame a far cedere la terra. I piedi sentivano tutto il dolore della terra offesa. Ci sarebbe stato da tirargli addosso con le fionde a quei mostri nel cielo. E sputare addosso a chi non ammetteva di causare solo il prolungarsi della tragedia.
Erano saliti nella casa di campagna, a Gelfiser, per stare un poco più tranquilli, ma questo non aveva mutato la sostanza delle cose. Era l’aria acre di bombe che appestava l’isola intera fino a chilometri di mare intorno. Il mare doveva essere deserto. Il vento capriccioso di libeccio pure lui incapace di un soffio opportuno non faceva che spalmare il fetore in ogni cavo. Gli hangar innanzitutto per i soldati. Lì si stava sicuri, certamente. Si diceva che lì dentro le bombe non ci potevano in alcun modo. Ma c’era ancora meno aria. L’aria girava e rigirava, sempre più sporca. Ci sarebbero voluti anni per ripulire, anni di vento, di piogge, di respiri di gente nuova, che venisse in pace, di nuove esplosioni magari, dei fuochi d’artificio portati da Marsala. Chiudendo gli occhi percepiva il desiderio più osceno: fare tabula rasa di tutto, delle case, degli animali, portare il deserto. I cannoneggiamenti di sostegno sembrava volessero spezzare il sale della terra, come se l’inferno calato dal cielo non servisse abbastanza a consumare lo scempio. Chi aveva cominciato? Nessun lavoro dell’uomo, per nessun tempo, avrebbe mai potuto rimediare a tanto; e l’angoscia per i fossi nelle strade temeva dovesse annientarlo da un momento all’altro. Forse avesse eruttato il vulcano come non succedeva da millenni, forse solo così si sarebbe potuta cancellare quella catena di oltraggi. Il pensiero andava al cono otturato e pieno d’acqua, specchio di dee ora in vacanza altrove, forse in America: una possibilità di redenzione che almeno fosse della natura, autentica e legittima, doveva arrivare. Quello si, avrebbe potuto. Una pioggia di lapilli dal basso contro fortezze volanti, le avrebbe colpite, sciolte, risucchiate come nessuna antiaerea avrebbe saputo. Ma l’immagine muta, persino svogliata di quel lago quieto e anzi pesante per la poca acqua, dissolveva in un momento la speranza. Una mattina tardi, per caso dietro un terrazzamento abbandonato proprio lungo la strada di polvere grigia e verde che girava per le cùddie attorno al lago, con la terra smossa da qualche animale affamato e a quell’ora già morto, da dietro un muro di pietra venne una figura. Benché i contorni fossero incerti e l’apparizione fosse durata un momento appena, immediatamente capì cosa voleva dire: erano quelli i modi per apprendere che il 10 di giugno del 1943, nell’ultimo giorno di bombardamenti, suo padre sarebbe morto schiacciato da un tetto crollato per un’esplosione più inutile delle altre. Solo quel giorno, compiuto quell’ultimo assassinio secondo regole di sacrifici mai comprese, l’attacco all’avamposto d’Europa sarebbe potuto banalmente terminare, prova generale di un D-day più degno.

In quel momento preciso si determinò ogni sciagura: la fine del cataclisma e l’inizio dell’invasione – camuffata per festosa, blaterata per liberazione - gli fece perdere più che la pazienza, addirittura il senso stesso della vita, perfino l’onestà nei suoi stessi riguardi. Al caos che distrugge era seguito il disordine vandalico: c’erano uomini che sembrava potessero fare quel che volevano e conquistare ogni terra senza neppure averla vista fino ad allora da meno di trecento metri. Come si possa passare dalla guerra alla pace, dal ghigno d’odio all’abbraccio. Come si pretenda di liberare radendo al suolo, rendendo orfani i protetti del giorno seguente. E come si possa davvero permettersi un sorriso, l’inganno di un’impalcatura di sincerità. Quella figura dietro al muro portava galloni, stelle scippate al cielo certamente nel corso di uno dei raid in picchiata. Ma erano gradi scuri, dello stesso colore della veste, e non poté dirne con certezza il grado né l’armata di appartenenza. Sapeva di per certo solo che erano strani, stranieri.
Da allora per rabbia avrebbe cominciato a considerare le scene altrui come allestimenti di umanità incomprensibili, i gesti e l’avvicendarsi sarebbero divenute cose perfettamente fraintendibili: una mano alzata in segno di saluto poteva discorrere come un segnale di stop, di arresto necessario, urgente persino. Una mano aperta che doveva in origine chiarire buoni propositi s’era da poco archiviata come il preciso segnale di uno spettro epocale, da raccontare ai figli se solo fosse stata data la grazia di sopravvivere. Dietro un riso, magari mezzo schermato, o una mietitura di grano ci poteva benissimo stare tutto il dolore di questo mondo, e così per un baffo, un’espressione, ogni testa di morto in stiffelius. E i liberatori rivelarsi più cattivi della polizia che torturava i ladruncoli, colle grida dei poveri cristi che spaccavano i muri. Altre fessure, altre fessure ovunque. La scuola privata di antifascisti in esilio si sarebbe dissolta in una sporazione per gli atenei di tutta Italia. Il professore di latino e greco avrebbe insegnato in caput mundi. La sua isola a forma di uovo sarebbe stata dimenticata e lui accatenato alla terra col vaiolo aviario, butterata da quegli uccellacci di ferro. Chiunque fosse passato di lì, per un verso o per l’altro, aveva lasciato buchi e squarci ovunque. Altri sarebbero partiti, avrebbero trovato moglie straniera, avrebbero conquistato terre più comode da rivoltare, più morbide e grasse di quella, meno contaminate di polvere omicida. Aveva diritto a scappar via anche lui, su questo non potevano esserci dubbi.
Ma la paura che del bene si compisse - magari per sbaglio, per una polvere maligna penetrata attraverso una crepa nella casa sforacchiata dagli angloamericani - che questa luce rischiarasse quella terra, che persino quella casa moncata dall’assassinio del padre, assassinio atroce perché immondamente inutile, inavvertitamente e senza che lui ne godesse per l’assenza decisa in fretta e male, che quella casa potesse ritrovare una sorte; che tutto ciò avvenisse quindi rinnegando lui, scandendone anzi la mancanza e nonostante l’esserci perpetrato per tutto il male di quegli anni, il dolore inarginabile di quegli ultimi giorni, questa paura spugnosa, ineguale e fitta di umori ristagnati, lo costringeva all’immobilità. E negli altri, nei fantocci attorno che pure scemi si dimenavano fingendo di non sapere, non trovava pareri né vaticini e neppure segnali più scadenti. A chi chiedere tracce?

Ci voleva della buona malta e una cazzuola. Tappare i buchi anzitutto, poi, forse, partire. Rimanere sembrava un obbligo naturale, una condizione ineluttabile, una disposizione che rispettasse i vuoti e i pieni dovuti. Ma in effetti non si era mai spesa una parola parlata né a favore né contro quest’ordine. Quelli in divisa con scarponi robusti mai visti, lui ancora con le pezze ai piedi per calze. Quelli ridevano, offrivano cioccolata dolciastra, insegnavano a tutti a fumare. C’era da ricostruire, da prendere le vanghe e le zappe, da accettare il lavoro con gli americani, c’era la possibilità di diventare boss, il capo del magazzino delle derrate. E poi aspettare che se ne tornassero al loro paese, e approfittare di quello che avrebbero lasciato: marmellata, burro di arachidi, fagioli in scatola, piselli in scatola, tutto dentro le scatole, la carne persino, buona. le patate, dolci. Lui conosceva già qualche parola di inglese, imparava presto: una decina di uomini erano saliti, avevano preso possesso della loro abitazione di campagna, praticamente l’avevano requisita; gli avevano offerto del tè con un goccio di latte. of milk. La madre aveva rifiutato emettendo un mugugno e alzando le braccia. Erano stati gentili, con quelle facce chiare: sembrava brava gente, gente educata gli Inglesi. Forse poteva andarsene con loro. A Londra, forse, o a Boston. Gli Americani sembravano tutti portoricani, c’erano anche oriundi italiani, della Calabria specialmente, e napoletani. Ma per quanto gentili avevano rubato comunque la casa e li avevano ricacciati tra le macerie del paese. Ordini del comando, chi ci credeva. L’edificio di due piani in paese non era stata colpito direttamente, solo per un miracolo, ma molte schegge erano penetrate sui muri: forse c’era da temere che una notte crollasse tutto. E senza che una sirena li avvertisse. Buchi, sempre buchi, ovunque brecce nella materia, anche quella più lieve che sentiva dentro. Una famiglia di vicini più sfortunati aveva chiesto di poter stare di sotto, di dormire in cucina, per carità di dio, finché non avessero ricomposto in fretta le loro macerie. S’erano portati un materasso di lana con uno strappo e riuscivano a russare. Tornava alla casa, erano tornati al paese. C’era una mezza epidemia di enterocolite. In casa non c’era rimasto niente, non c’era neppure la possibilità di tentare di ricostruire qualcosa. La normalità, ciò che era stato prima, prima di tutto, era talmente rimasta distorta da non potervi che rinunciare del tutto. La vita gli sembrò una cosa fiaccata, una canna spezzata proprio sul più bello, che adesso doveva ripiegarsi a leccare la terra. La madre diceva che il posto di lavoro cogli americani era buono, avevano fame, doveva approfittare: lui aveva studiato, aveva fatto in tempo a prendere la licenza classica; era giusto, doveva: glielo ripeteva tutto il santo giorno, mentre riprendeva a impastare un poco di pane, finalmente, dopo forse due mesi. C’era farina in paese, a razioni per tutti. La licenza in quattro anni, col salto della quinta ginnasio, non era cosa da tutti. Doveva dirglielo, certamente. Bocca che non parla si chiama cucuzza. Invece sognava ancora di andarsene, di arruolarsi con gli inglesi, di rubare una divisa qualsiasi e camuffarsi. Ièsser, ièsser, che ci voleva. Al suo posto non doveva restare che la sua forma vaga, il suo peso scarso, il movimento di umori ormai troppo noto per valere la pena di continuare a viverlo: avrebbe preferito fosse quello a decidere per lui, il suo fantasma. Lui pregava di andare, ma madre vedova, sorella affamata, casa distrutta: come poteva? Del negozio non era rimasto più niente. Le tremila lire in banca non gliele avrebbe date nessuno. Forse erano servite già. O forse la banca non esisteva neanche più. Un buco al suo posto. Certo prendere una barca fino a Marsala, poi magari cercare Palermo, da lì di nuovo il mare. Proiettando la sua fuga, il ricordo in découpage magari nel porto di Marsiglia, mentre cercava di fumare su un molo, l’avrebbe quello solo ossessionato abbastanza da preferire tornare alle notti di bombardamento, colle sirene che scavavano le vene, ma almeno sentirsi colla coscienza a posto: due o tre tratti, qualche espressione tipica possibilmente deformata secondo le convenzioni, eccetera: sarebbe bastato questo purché incorniciato nei tratti della madre già quasi canuta, sarebbe bastato un suo cenno per sciupare ogni volontà. Questo bastava per desistere. Per svuotarlo immediatamente. Per farlo sentire illegittimo alla terra oltre il mare. Un’altra creatura - più bella, più capace, più impegnativa o semplicemente più ingombrante - Mastroianni avrebbe detto qualche anno più tardi, a Roma, per un posto in banca, seduto al cinematografo - avrebbe infranto l’equilibrio presunto e generato inattesi collassamenti nella materia familiare. Non era capace di permettersi un capriccio. Poteva lasciare la sorella in sua vece, lei avrebbe potuto lavorare per la madre, fare andare avanti la casa. Non era grande abbastanza però, avrebbe dovuto rimandare. Andava bene così, che ci fosse lei, particella domestica, assai poco indagata ma rispettosa e obbligata per tributo genetico: sarebbe stata più brava persino di lui; ma solo tra un paio d’anni, forse tre. Si fosse fidanzata ci sarebbe stato un uomo. Era leggera quella sorellina, forse vuota, ma il fatto di vederla così simile in viso gli pareva un conforto, uno dei pochi in mezzo a tante macerie. Il figlio come replicazione, come maschera o specchio. Il figlio come fantoccio minuscolo e inappetente. Ne servivano due per forza a quella casa? La prole è una scatola viva entro cui decidere la propria rigenerazione, ma a volontà: questo o quella. Altrimenti la prole come vicolo morto, foglia secca non per colore, per forma, per apparente vigore, ma per mancanza di autentica linfa, mancanza manifesta a chi della linfa è persuaso di essere autentica fonte. E pur sempre foglia di un albero, simile all’intera faccenda vegetale. Si, lui era una foglia secca, che si sarebbe seccata presto e che era meglio si facesse trascinare dalla prima boccata di vento buona verso Marsala.

Continua...