venerdì 23 settembre 2011

Annusiamo i nostri brividi negli angoli

Qualche giorno fa sono stato invitato alla presentazione dell'opera prima di Claudia Liccardo, giovane scrittrice porticese. Il titolo del libro è Annusiamo i nostri brividi negli angoli, pubblicato da Nuvole d'ardesia, piccola ma ambiziosa casa editrice napoletana, con un progetto editoriale al momento appena all'inizio ma che si presenta di un certo interesse. Alla presentazione l'autrice ha parlato della genesi del libro e di cosa esso abbia significato per lei.
Annusiamo i nostri brividi negli angoli è un libro che, se non fossi andato alla presentazione, non avrei letto mai: non è un romanzo, non una raccolta di racconti né di poesie, non è un saggio né un trattato filosofico. È un “flusso”, per usare la parola con la quale lo ha descritto l'autrice. Una sorta di diario intimo nel quale si parla di sentimenti, di tempo, di riappropriazione dei propri spazi e della propria identità, di dolori che appaiono come presenza incombente ma non sono mai descritti nella loro totalità.
Contro una vita che rende i giovani dei precari, impossibilitati a fare qualcosa di più rispetto alla semplice sussistenza, contro i momenti di depressione che seguono un amore andato in malora o derivano dall'incertezza del futuro, contro il mal de vivre che a volte ci prende, Claudia reagisce cercando di scoprire nel suo intimo le forze e le risorse che le possano permettere di riscoprirsi e di migliorare la qualità, morale e non materiale, della sua vita. Ecco che Claudia parte per il Cammino di Santiago, la via dei pellegrini che porta fino al Santuario di Santiago de Compostela, nella punta più estrema della penisola iberica che si protende nell'Oceano Atlantico. Il Cammino, anche se di esso si parla solo in poche, pochissime pagine, è stato fondamentale per l'autrice:
è stata l'esperienza più bella della mia vita.
Mi ha insegnato che si vive bene anche solo con tre maglie e due pantaloni.
Mi ha insegnato che ci poniamo da soli dei limiti, che però siamo in grado di superare, ma non ce ne diamo modo.
Mi ha ricordato l'esistenza della solidarietà e della fiducia.
Mi ha ricordato che la bellezza della natura è davvero inestimabile.
Mi ha ricordato che ho un corpo di cui faccio parte e devo prendermene cura totalmente, soprattutto dei piedi, che reggono tutto il mio peso.
Mi ha insegnato che l'azione del camminare è davvero liberatoria, ma purtroppo tanto sottovalutata, abituati come siamo all'asfalto ricoperto di macchine e di autobus.
Nel libro non c'è una storia, come detto è un flusso di pensieri che scorre, a volte copioso, a volte quasi in secca: leggerlo non distrae, ma invita alla meditazione. Le idee che porta non sono originalissime ma, proprio per questo, condivisibili: il lettore non fatica a riconoscere i propri pensieri nelle parole scritte dall'autrice. Da un punto di vista stilistico avrei scelto una forma di narrazione diversa, forse quella del diario o dell'epistolario (magari nella forma dell'e-mail, per adeguarmi al tempo di Internet), ma la mia scelta è, appunto, mia, dettata da un sesso, un'età e una formazione diverse da quelle dell'autrice.
Due piccoli appunti, per finire: una correzione di bozze non accuratissima ha lasciato qualche refuso, poi l'autrice fa un uso eccessivo, a mio parere, dei puntini di sospensione, che spezzano, in qualche modo, il fluire del pensiero anche se ne simulano le pause e i salti.
Chissà se Claudia scriverà altro: spero di sì e spero che acquisisca una maturità autoriale che, oggi, ancora le manca, ma non può essere diversamente.


Continua...