venerdì 7 marzo 2014

La grande bellezza

Confesso che ho iniziato a guardare “La grande bellezza” con qualche pregiudizio: troppe cose avevo sentito sul film, paragoni felliniani, grandi stroncature e incensature di pari intensità, vaghi sospetti sul fatto che fosse un'operazione furbetta, concepita quasi come un prodotto di laboratorio per tentare di portare a casa l'Oscar. L'inizio del film sembrava darmi ragione, tanto che, dopo poco più di dieci minuti, ho detto a Silvia: “Come è lento questo film” perché, veramente, mi sembrava “La grande lentezza” più che “La grande bellezza”. Poi il film ha iniziato a farsi apprezzare per quello che è: grande fotografia, regia magistrale, con alcune riprese ai limiti del virtuosismo tecnico, montaggio notevole, Toni Servillo decisamente grandioso nell'interpretare Jep Gambardella; un film degno di essere visto con occhio attento anche se una sola visione non basta per apprezzarlo appieno, viste le molteplici chiavi di lettura che offre.


Non ho letto le critiche e le recensioni al momento della sua uscita, né l'ho fatto adesso, dopo l'assegnazione dell'Oscar perché non volevo farmi influenzare: mi sono, però, imbattuto nelle impressioni di molti che su Facebook ne parlavano quasi esclusivamente in termini negativi (pur confessando di averne visto solo qualche minuto, e questo mi conforta nell'idea che il social network in questione sia lo sfiatatoio di troppi neuroni in libertà, il succedaneo di quelle che un tempo si etichettavano genericamente come “chiacchiere da bar”). Credo che su “La grande bellezza” siano state scritte molte sciocchezze, e non solo dai frequentatori del social network più diffuso al mondo, ma anche da illustri critici cinematografici; perché questo film è stato stroncato in maniera così apodittica? per ideologia, perché Sorrentino non mi sembra essere un mostro di simpatia, perché semplicemente il film non è piaciuto? tutte ipotesi valide, ma anche perché, forse, non è stato capito e ne è stata data una lettura troppo superficiale. Non pretendo di essere il depositario della verità, né l'unico interprete del genio del Maestro, ma probabilmente valeva la pena di farne un'analisi un po' più profonda.

Certo, fare un film su Roma significa per forza di cose confrontarsi con Federico Fellini e la sua “La dolce vita”, e in un paese come l'Italia, dove si diventa geni solo da morti, questo è un peccato mortale, un'eresia. “La grande bellezza” di felliniano ha solo la città dove è ambientata, e basta: “La dolce vita” è un film neorealista, dove il protagonista è un giornalista, (anche Jep Gambardella scrive per un giornale, ma per favore fermiamo qui le analogie, perché i due personaggi sono assolutamente diversi) che vive e si muove nell'Italia degli anni a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta del secolo scorso, periodo formidabile da un punto di vista economico, politico, culturale e artistico, contrariamente alla contemporaneità nella quale è ambientato il film di Sorrentino. Diciamolo tra parentesi, perché oggi parlar male di Fellini non si può, quando “La dolce vita” uscì fu pesantemente stroncata, come quasi tutti i film del Maestro: evidentemente i critici nascono miopi per diventare presbiti con il passare del tempo. Secondo me più centrato potrebbe essere il paragone tra “La grande bellezza” e “Roma”, il secondo film che Fellini dedicò alla Città Eterna: qui siamo a un livello più grottesco (si pensi alla sfilata di abiti talari, o a certi personaggi ridotti allo stato di mascheroni), più satirico, più truculento. “La grande bellezza”, però, non è un film realista né tanto meno satirico, di onirico per me non ha quasi niente (assegniamo alla categoria solo qualche scena sospesa tra realtà e fantasia) e, forse, nemmeno di grottesco: è un film decadente, quasi gotico, pur sotto una patina, neanche tanto spessa, di leggerezza. Fellini ha ispirato Sorrentino? Sicuramente sì. Sorrentino ha copiato Fellini? Sicuramente no.

Ho letto critiche di tutti i generi, a partire da quella che è un film senza una trama. Non sono assolutamente d'accordo: il film racconta una storia, quella dell'amore incompiuto e mai dimenticato di Jep per Elisa, consumato più di quarant'anni prima e finito con grande rammarico del protagonista. La vicenda, anche se esplicitamente citata solo a tratti (il soffitto che diventa il mare dell'Isola del Giglio, la foto di Elisa a casa del vedovo, il racconto spezzato che Jep fa a Ramona sono quelli che immediatamente mi vengono alla mente, ma ce ne sono anche altri) è sottesa a tutto il film, tanto che, in qualche modo, lo conclude: Jep torna al Giglio e il ricordo di quell'amore lo spinge a iniziare il suo secondo romanzo, quarant'anni dopo quel “L'apparato umano” che gli ha dato grande successo e lo ha portato a Roma, dove è diventato il re della vita mondana. Altra accusa riguarda il montaggio, spezzettato, non consequenziale: anche qui avrei da dire qualcosa. Il montaggio ha un suo stile, una sua linearità: non descrive una vicenda, ma la vita di tutti i giorni di Jep, una vita fatta di episodi che, comunque, lo porteranno inesorabilmente a quell'Isola del Giglio dove, in qualche modo, è iniziata la storia. La festa, eccessiva e un po' cafona, per il suo sessantacinquesimo compleanno, le notti perse in chiacchiere più o meno futili, gli altri eventi mondani, gli incontri, persino i funerali lo preparano all'epilogo del film: la scrittura del suo secondo romanzo. In base a questo principio anche i cinepanettoni sono film senza trama e senza montaggio, fatti di una sequenza di gag legate tra loro da un esile filo, tuttavia nessuno si sogna di farlo rilevare, anzi il loro successo sta proprio in questo.

La critica più profonda che ho letto sul web, però, è: “i dialoghi fanno cagare”. Vorrei fare allo sconosciuto esegeta intestinale una banale domanda: trascorre forse le sue giornate parlando di critica della ragion pura o di superomismo nietzschiano? Ogni volta che apre bocca distilla perle di saggezza e pasticche di verità? La vita reale, quella di tutti i giorni, è fatta proprio da dialoghi come quelli de “La grande bellezza”: quali sono i nostri argomenti alle feste o nelle serate tra amici? Calcio, qualche vanteria più o meno giustificata, politica, pettegolezzi, la nostra vita sentimentale e sessuale. I nostri dialoghi sono, inconsapevolmente, sorrentiniani, ci piaccia o no, esattamente come quelli della corte dei miracoli che circonda Jep.

Vogliamo parlarne di questo microcosmo, di questo generone romano contemporaneo che circonda il protagonista? Tanti sono gli esemplari di questo bestiario umano, icone di un mondo vacuo e superficiale: l'ex soubrette sfatta e cocainomane, l'artista che prende a testate il muro ma non sa definire le “vibrazioni”, il cardinale che preferisce la cucina alla spiritualità, l'intellettuale che vanta la sua perfezione e la sua superiorità, i genitori che sfruttano la figlia facendole imbrattare tele in pubblico, la ricca borghese con figlio pazzo, la suora centenaria che fa della povertà e dell'ascesi le sue ragioni di vita e altri ancora. È un caleidoscopio di maschere ruotanti attorno a Jep Gambardella, che non dà mai l'impressione di mescolarsi a loro, quasi olio sull'acqua, osservatore disincantato, ironico e un po' cinico. Sono figure mediocremente decadenti alle quali mancano la sinistra dissolutezza di un Dorian Gray, la follia distruttiva di un Achab, la tormentata angoscia di un Raskol'nikov: di fronte a loro un vizioso bulletto di campagna come Don Rodrigo fa la figura del gigante.

Due sono i personaggi che in qualche modo si staccano dallo sfondo: Romano, velleitario autore teatrale, e Ramona, spogliarellista figlia di un antico amico del protagonista; non è un caso che con loro Jep intrattenga un rapporto più profondo, di affetto. E qui entra in gioco il secondo grande tema del film: la morte. Ramona, dignitosa e dolente, mai decadente o volgare, nemmeno quando a una festa si presenta con un abito nude look (suscitando i commenti dei presenti su quanto sia caduto in basso con lei) con la quale vive una relazione innocente, fatta non di sesso ma di “volerse bene”, muore per un male incurabile. Anche Romano se ne va, ed è come se morisse: dopo esser riuscito finalmente a portare sul palcoscenico una sua opera, se ne torna al paesello natio, deluso da quella Roma che in tanti anni non gli ha dato nulla.

In almeno due occasioni Jep Gambardella dice che Flaubert avrebbe voluto scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito (“Ci posso forse riuscire io?”): ecco, in fondo “La grande bellezza” è proprio questo, un film sul nulla e chi lo critica, forse, ne ha orrore perché vi si vede riflesso.


Mario Govoni
Continua...