venerdì 23 settembre 2011

Annusiamo i nostri brividi negli angoli

Qualche giorno fa sono stato invitato alla presentazione dell'opera prima di Claudia Liccardo, giovane scrittrice porticese. Il titolo del libro è Annusiamo i nostri brividi negli angoli, pubblicato da Nuvole d'ardesia, piccola ma ambiziosa casa editrice napoletana, con un progetto editoriale al momento appena all'inizio ma che si presenta di un certo interesse. Alla presentazione l'autrice ha parlato della genesi del libro e di cosa esso abbia significato per lei.
Annusiamo i nostri brividi negli angoli è un libro che, se non fossi andato alla presentazione, non avrei letto mai: non è un romanzo, non una raccolta di racconti né di poesie, non è un saggio né un trattato filosofico. È un “flusso”, per usare la parola con la quale lo ha descritto l'autrice. Una sorta di diario intimo nel quale si parla di sentimenti, di tempo, di riappropriazione dei propri spazi e della propria identità, di dolori che appaiono come presenza incombente ma non sono mai descritti nella loro totalità.
Contro una vita che rende i giovani dei precari, impossibilitati a fare qualcosa di più rispetto alla semplice sussistenza, contro i momenti di depressione che seguono un amore andato in malora o derivano dall'incertezza del futuro, contro il mal de vivre che a volte ci prende, Claudia reagisce cercando di scoprire nel suo intimo le forze e le risorse che le possano permettere di riscoprirsi e di migliorare la qualità, morale e non materiale, della sua vita. Ecco che Claudia parte per il Cammino di Santiago, la via dei pellegrini che porta fino al Santuario di Santiago de Compostela, nella punta più estrema della penisola iberica che si protende nell'Oceano Atlantico. Il Cammino, anche se di esso si parla solo in poche, pochissime pagine, è stato fondamentale per l'autrice:
è stata l'esperienza più bella della mia vita.
Mi ha insegnato che si vive bene anche solo con tre maglie e due pantaloni.
Mi ha insegnato che ci poniamo da soli dei limiti, che però siamo in grado di superare, ma non ce ne diamo modo.
Mi ha ricordato l'esistenza della solidarietà e della fiducia.
Mi ha ricordato che la bellezza della natura è davvero inestimabile.
Mi ha ricordato che ho un corpo di cui faccio parte e devo prendermene cura totalmente, soprattutto dei piedi, che reggono tutto il mio peso.
Mi ha insegnato che l'azione del camminare è davvero liberatoria, ma purtroppo tanto sottovalutata, abituati come siamo all'asfalto ricoperto di macchine e di autobus.
Nel libro non c'è una storia, come detto è un flusso di pensieri che scorre, a volte copioso, a volte quasi in secca: leggerlo non distrae, ma invita alla meditazione. Le idee che porta non sono originalissime ma, proprio per questo, condivisibili: il lettore non fatica a riconoscere i propri pensieri nelle parole scritte dall'autrice. Da un punto di vista stilistico avrei scelto una forma di narrazione diversa, forse quella del diario o dell'epistolario (magari nella forma dell'e-mail, per adeguarmi al tempo di Internet), ma la mia scelta è, appunto, mia, dettata da un sesso, un'età e una formazione diverse da quelle dell'autrice.
Due piccoli appunti, per finire: una correzione di bozze non accuratissima ha lasciato qualche refuso, poi l'autrice fa un uso eccessivo, a mio parere, dei puntini di sospensione, che spezzano, in qualche modo, il fluire del pensiero anche se ne simulano le pause e i salti.
Chissà se Claudia scriverà altro: spero di sì e spero che acquisisca una maturità autoriale che, oggi, ancora le manca, ma non può essere diversamente.


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venerdì 16 settembre 2011

Martin Eden

Oggi mi è venuta voglia di parlare di un grande libro, forse sconosciuto ai più; il suo autore è Jack London, noto grazie alle riduzioni per ragazzi di romanzi come Il richiamo della foresta o Zanna Bianca. Non parlerò di nessuna di queste due opere, ma di Martin Eden, romanzo scritto da Jack London attorno al 1908 e pubblicato prima a puntate dalla rivista Pacific Monthly e poi, in volume, dalla casa editrice McMillan. Martin Eden è sicuramente uno dei più grandi libri scritti da London, assieme a Il Tallone di Ferro e a Il vagabondo delle stelle .
Le somiglianze tra Martin Eden, il protagonista del romanzo, e Jack London sono profonde ma, d'altro canto, in qualche misura ogni autore mette se stesso e la propria vita nella sua opera. Sono i personaggi dei romanzi a raccontarci lo scrittore, soprattutto in questo caso.
La storia è questa: un rozzo marinaio, Martin Eden appunto, salva, in una rissa, Arthur Morse, rampollo di una famiglia borghese, e questi, per ringraziamento, e per mostrare alla sua famiglia un vero bruto, membro delle classi inferiori, lo invita a cena a casa sua. Qui Martin Eden fa la conoscenza di Ruth, sorella di Arthur. Martin è attratto dalla ragazza che, a sua volta, prova un senso di profondo turbamento nell'osservare il marinaio, così diverso dai giovanotti borghesi che frequentano abitualmente la sua casa. Tra i due ci sono differenze enormi: di censo, di cultura, Martin infatti è a stento alfabetizzato mentre Ruth sta per laurearsi in lettere, e anche di età, con la ragazza di alcuni anni più grande. Martin capisce che se vuole sperare di stare accanto a Ruth deve farsi una cultura e una posizione e decide di diventare scrittore.
Il giovane persegue il suo obiettivo con grande tenacia, con cocciutaggine, e si fidanza con Ruth, che riconosce, ammirata e forse spaventata dalla forza primordiale, non solo fisica ma anche morale e di volontà, i grandi progressi che Martin compie in breve tempo, ma lo esorta ad abbandonare le velleità artistiche e ad andare a lavorare, magari come impiegato nello studio legale del padre. Martin rifiuta e va incontro a illusioni e disillusioni, a brevi momenti di euforia e a giorni di grande tristezza perché riviste ed editori ignorano sistematicamente le sue opere. Martin è circondato da persone che considerano le sue ambizioni letterarie una perdita di tempo: oltre a Ruth, infatti anche la famiglia Morse, le sue sorelle ma soprattutto i suoi cognati, uno bottegaio, l'altro meccanico ciclista, vogliono che il nostro eroe lasci perdere la scrittura e si trovi un lavoro serio, umile perché non può aspirare ad altro, ma comunque diverso da quella folle idea di voler essere uno scrittore. Solo chi appartiene alle classi più povere ne riconosce la superiorità culturale e, anche se non lo capisce, in qualche modo lo aiuta e lo incoraggia.
D'un tratto la svolta: a casa di Ruth Martin incontra Russ Brissenden, scrittore e poeta, di famiglia ricca. Questi aiuterà Martin prestandogli del denaro e contribuirà alla sua formazione politica e filosofica. Una sera, che Martin definirà la migliore della sua vita, lo porterà a conoscere un gruppo di filosofi, definiti da Russ “la vera feccia”, poveri in canna ma di grande cultura e passione. Martin, individualista nietzschiano, ascolterà affascinato questa “feccia” ma rifiuterà e confuterà le teorie socialiste, alle quali cerca di avvicinarlo Russ. È qui che la vita di Martin accelera verso l'epilogo, ancora lontano: a una riunione sindacale difenderà con grande passione le sue posizioni individualiste. Un cronista presente, troppo pigro per ascoltare quel che si dice, traviserà completamente il senso delle parole del giovane e lo descriverà come un pericoloso agitatore socialista. L'articolo e l'ostinazione di Martin nel non volere accettare un lavoro inquadrato per continuare a fare lo scrittore lo porteranno alla rottura del fidanzamento con Ruth. Gli eventi continuano a prendere velocità: disilluso dagli editori, Russ rifiuta di stampare il suo capolavoro, Effimera, e Martin glielo sottrae per pubblicarlo contro la sua volontà. Quando si reca dall'amico per dargli la notizia che il poema è stato accettato da una casa editrice, scopre che Russ si è suicidato.
Il vento sta cambiando anche per Martin: una casa editrice, infatti, gli comunica di aver pubblicato L'onta del Sole, trattato filosofico nel quale il giovane confuta il misticismo di Maeterlinck: negli Stati Uniti prima e in Europa poi il saggio è il caso editoriale dell'anno. Sull'onda di quel successo tutti i suoi manoscritti, precedentemente rifiutati, vengono accettati, pubblicati e pagati fior di quattrini. Da povero scrittore squattrinato, Martin diventa ricco e famoso, ma non più scrittore: la lettera con la quale Ruth gli annuncia la rottura del fidanzamento, la morte di Brissenden e l'amara consapevolezza che il successo è arrivato ma che tutte le opere che adesso gli editori si stanno contendendo in fondo erano “lavoro già fatto” lo inaridiscono. Non scrive più e vive in una sorta di limbo privo di stimoli e di interessi, accettando quasi svogliatamente le lettere entusiastiche degli editori, le proposte di traduzione all'estero, gli assegni che fluiscono copiosamente. Ruth, spinta dalla famiglia, lo va a cercare per riallacciare la loro relazione: in fondo, adesso, Martin è un uomo di successo e non è più disdicevole che scriva. Il tentativo fallisce e Martin, pochi giorni dopo si imbarcherà per andarsene. Al largo si farà scivolare in mare e porrà fine alla sua vita lasciandosi annegare.
Anche Jack London, la cui vita ha molti punti in comune con quella del nostro eroe, si toglierà la vita qualche anno dopo la pubblicazione di questo romanzo.
Al di là della trama che dire? La psicologia dei personaggi è abbastanza rudimentale, tanto da essere quasi manichea. Il romanzo è a tesi, cercando di dimostrare che la borghesia, anche piccola o minuta,vuole impedire che la plebe si innalzi dal rango subalterno al quale è destinata. Alcune pagine sulle condizioni del popolo sono simili a Il popolo dell'abisso, saggio sociologico sulla vita dei poveri e dei diseredati dell'East End londinese di inizio secolo; forse c'è qualche forzatura contro il capitalismo, ma sicuramente la vita dei ceti meno abbienti non doveva essere molto diversa da quella descritta.
Jack London è un simpatizzante socialista, anche se la sua idea di socialismo non è dogmatica, ma, al contrario, romantica, confusa e ingenua, e forse proprio in questo sta la fortuna dell'autore, letto e considerato in tutto il mondo: dall'Unione Sovietica, dove si sfruttavano le sue denunce sociali per propaganda, alla Germania nazista, dove erano apprezzate le sue idee sull'inevitabile affermazione di una razza superiore, per finire con l'Italia del ventennio fascista, dove ad essere ammirata era l'esaltazione della forza, tema caro alla retorica mussoliniana. In pratica nei libri di London possiamo trovare tutto e il suo contrario. A riprova di questa confusa ideologia, è da citare una nota che Jack London manda a Upton Sinclair a proposito di Martin Eden :
Una delle ragioni per cui ho scritto questo libro è l'attacco all'individualismo (nella persona dell'Eroe). Devo essere stato piuttosto maldestro dato che nessuno dei miei critici se ne è accorto
Se è per questo, l'attacco all'individualismo sfugge anche al lettore, portato a simpatizzare per Martin, sorta di superuomo nietzschiano. Di socialismo, poi, non si parla un granché e sicuramente non in termini ideologici o propagandistici, quindi, in fondo, ci troviamo di fronte a un socialista piuttosto tiepido.
La pochezza ideologica e la rozzezza psicologica dei personaggi, tuttavia, non sminuiscono l'opera di London: il romanzo ha un suo fascino, è ben scritto, la prosa è potente. Siamo di fronte alla grande opera di un grande scrittore.


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domenica 11 settembre 2011

Tradurre o tradire?

Nel giro di poco più di un anno ho letto per due volte “Fiesta”, primo romanzo di Ernest Hemingway. Occorre dire che si trattava, comunque, di una rilettura, perché Hemingway è stato il mio autore preferito dai sedici ai vent'anni.
Ecco i fatti. Poco più di un anno fa, in una scorribanda tra le bancarelle di Portalba, zona di Napoli ad elevata densità di librerie, trovai una copia di “Fiesta”, edizione “gli Oscar settimanali” Mondadori, e, in preda a un attacco di nostalgia, lo acquistai. Mi trovai a leggere un libro insipido, scritto in un italiano a volte irritante, decisamente diverso dal mio ricordo di gioventù. In un'altra visita ai librai di Portalba, di poco successiva, trovai tre volumi dei “Meridiani”, sempre Mondadori, uno contenente tutti i racconti, gli altri due con gli otto romanzi che “Papa” Hemingway pubblicò in vita: acquistai anche questi e li riposi nella mia libreria.
Quest'estate, dedicata come solito alla lettura, mi ritrovai tra le mani questi tre volumi e li affrontai, ritrovandomi a fare i conti con “Fiesta”. Memore della precedente lettura, iniziai il romanzo con una certa prevenzione ma, fin dalle prime pagine, mi resi conto che avevo in mano ben altro rispetto a quello letto in precedenza. Un attimo di perplessità, il pensiero di essere rincitrullito tanto da avere sensazioni completamente contrastanti nella lettura dello stesso romanzo, poi una rapida e doverosa verifica: le due versioni di “Fiesta” avevano traduttori diversi, uno dei quali, evidentemente, aveva saputo rendere meglio lo stile di Hemingway.
Voglio riportare, a titolo di esempio, il primo capoverso di entrambe le edizioni, iniziando da “Gli Oscar settimanali”:
Robert Cohn era stato campione dei pesi medi a Princeton. Non dovete credere che questo come titolo sportivo faccia impressione a me, ma Cohn ci teneva moltissimo. In realtà del pugilato niente gli importava, non gli piaceva affatto, ma l'aveva dolorosamente imparato alla perfezione per controbattere la sensazione di inferiorità e di timidezza che l'essere trattato da ebreo a Princeton gli procurava.
C'era un certo intimo conforto nella coscienza di poter mettere a terra chiunque fosse stato insolente con lui, per quanto Cohn, ragazzo molto timido e per bene, non facesse mai a pugni tranne che in palestra. Era l'allievo prodigio di Spider Kelly …

Ecco la traduzione dello stesso capoverso nei “Meridiani”:

Robert Cohn era stato un tempo campione di pugilato di Princeton, categoria pesi medi. Non crediate che questo, come titolo pugilistico, a me faccia una grande impressione, ma per Cohn significava molto. Non gli importava niente della boxe, anzi la detestava, ma l'aveva imparata, con fatica e sino in fondo, per reagire a quel senso di inferiorità e di insicurezza che gli derivava a Princeton dall'essere trattato come un ebreo. Traeva insomma una certa gioia intima dalla consapevolezza di poter mettere fuori combattimento chiunque avesse fatto lo spocchioso con lui, ma, essendo un ragazzo molto timido e assolutamente per bene, non si batté mai se non in palestra. Era il miglior allievo di Spider Kelly …
Diverso è il “suono” dei due testi, diverse le scelte lessicali, diverso anche il ritmo. Nella prima traduzione lo stile è involuto, con frasi complesse che sono l'esatto contrario della poetica di Hemingway, come ad esempio “... In realtà del pugilato niente gli importava, non gli piaceva affatto ... ”, antitesi di “... Non gli importava niente della boxe, anzi la detestava ... ” della seconda versione. Un costrutto più semplice ma, anche, più leggibile. E di esempi siffatti se ne potrebbero fare moltissimi altri.
Sembra quasi che la prima traduzione sia letterale, mentre nella seconda l'autore si sia sforzato di calarsi nello stile di Hemingway e abbia cercato di renderlo in italiano, magari a scapito della perfetta aderenza all'originale. Il mio professore di greco al liceo diceva che tradurre è un po' tradire: se siamo aderenti alla lettera dell'originale otteniamo spesso traduzioni illeggibili o quasi, mentre, se interpretiamo il testo da tradurre, possiamo renderlo più leggibile, pur senza stravolgerne lo stile. Ecco, nel nostro caso la prima traduzione è più fedele ma la seconda è più leggibile e più simile alla poetica di Hemingway.
A rimarcare ulteriormente le differenze tra le due traduzioni, riporto le ultime battute del romanzo, iniziando sempre dall'edizione economica degli Oscar:
« Oh, Jake » Brett disse, « Noi due saremmo stati così bene assieme. »
Di fronte a noi su una pedana, un poliziotto in kaki dirigeva il traffico. Alzò la sua mazza. La macchina improvvisamente rallentò, spingendo Brett contro me.
« Già » dissi io, « “Non è bello pensare così? »
Ed ecco la versione apparsa nella collana “Meridiani”:
« Oh, Jake » disse Brett, « ci saremo potuti divertire tanto insieme. »
Davanti un poliziotto a cavallo in divisa cachi dirigeva il traffico. Alzò il suo bastone. La macchina rallentò, spingendo improvvisamente Brett contro di me.
« Sì » dissi. « “Non è carino pensarlo? »
Qui ci sono un paio di considerazioni da fare. La prima: da una parte troviamo un poliziotto montato su una pedana che dirige il traffico agitando una mazza (probabilmente con aria minacciosa, visto l'arnese di cui è dotato), dall'altra un poliziotto a cavallo che usa solo un bastone. Mi domando quale fosse il grado di indisciplina degli automobilisti madrileni degli anni Venti se un vigile urbano deve regolare il flusso di veicoli usando armi contundenti ma, soprattutto, mi chiedo dove sia questo poliziotto, se a cavallo o su una pedana. Questa volta opto per la prima versione, visto che anche in Italia, almeno fino a qualche decina di anni fa, non era infrequente vedere i vigili urbani dirigere il flusso dei veicoli da pedane poste nel centro degli incroci più trafficati.
L'altra considerazione riguarda l'avverbio “improvvisamente”, che il primo traduttore attribuisce al movimento del taxi, il secondo a quello di Brett. Dettagli, d'accordo, ma che dimostrano come “tradurre” sia un po' “tradire”. È difficile rendere, in una lingua diversa da quella d'origine, quello che l'autore ha scritto e ci si può imbattere in situazioni come quelle descritte. Un'ultima notazione stilistica: Hemingway è sempre stato un grande assertore dell'understatement, figura retorica della lingua inglese che consiste nel sottostimare ciò di cui si sta parlando o scrivendo. L'uso di questa descrizione per difetto spinto al limite estremo può portare anche alla deformazione della realtà. Jake e Brett sono profondamente innamorati l'uno dell'altra, ma l'uomo è impotente per una ferita di guerra e, quindi, il loro rapporto, pur se di grande intimità, resta su un piano platonico, con Brett che cerca in altri uomini quello che Jake non può darle. Fatta questa necessaria premessa andiamo a rileggere l'ultima battuta del romanzo. Brett dice che loro due avrebbero potuto avere una vita felice assieme, e Jake risponde con un pizzico di understatement. Ebbene, tra “ Non è bello pensare così? ” dell'edizione Oscar e “ Non è carino pensarlo? ” dell'altra preferisco quest'ultima, che mi sembra essere più aderente allo stile dell'autore.

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domenica 4 settembre 2011

Sindrome da pagina bianca ...

Ho diverse storie da scrivere e un assoluto panico da pagina bianca. Non so decidermi a iniziare, ho paura di restare deluso da quello che uscirà dalla mia penna ...



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martedì 19 aprile 2011

La luna e sei soldi

Non amo moltissimo i romanzieri inglesi del Novecento, anche se devo dire che Orwell e Huxley, con le loro distopie, mi hanno affascinato, quindi non sono particolarmente stimolato a leggerli. Come tutte le regole, anche questa ha un'eccezione e così un giorno, passeggiando per Portalba, il quartiere dei librai di Napoli, su una bancarella ho trovato un vecchio libro che mi ha colpito: “La luna e sei soldi” il suo titolo, William Somerset Maugham l'autore.
L'ho preso, l'ho girato e, nelle note sulla quarta di copertina di quel vecchio Super Pocket Longanesi, ho letto: “Che fa un uomo quando sua moglie l'ha seccato? In questo, forse il più avvincente dei suoi romanzi, il grande Maugham descrive la magica evasione fuori dal mondo conformista di un uomo che tenta disperatamente di sottrarsi alla noia senza riuscirci”. Lì per lì ho pensato a un romanzetto alla Woodhouse, o a un ironica storia stile Jerome e l'ho acquistato, ponendolo a maturare su uno scaffale della mia libreria. Passato qualche mese, finalmente, è venuto il suo momento e l'ho letto.
Ebbene, denuncerei per falso chi ha scritto quelle note: il romanzo è tutto tranne che la storia di un marito annoiato. C'è uno scrittore che raggiunge il successo in giovane età e, introdotto nei salotti della borghesia londinese, fa la conoscenza di una signora, moglie di un agente di cambio. La vita prosegue quieta per qualche mese, tra salotti letterari e incontri, pranzi e cene, fino al termine dell'estate, quando la moglie dell'agente di cambio torna in città e scopre che il marito l'ha lasciata per fuggire a Parigi. Si pensa a un'avventura galante, la classica fuga con la ballerina, e il giovane scrittore è spedito nella Ville Lumière a cercare di riportare a casa il reprobo, ma la realtà supera ogni fantasia: Charles Strickland, questo il nome del fuggiasco, non ha lasciato casa, moglie, figli e lavoro per inseguire una gonnella, ma per dedicarsi alla pittura. Questa notizia è appresa con sgomenta incredulità dalla moglie e dai cognati: un tradimento è accettabile, seguire una vocazione artistica no, tanto che la versione ufficiale sarà proprio che Strickland è fuggito a causa di una donna.
Il romanzo entra nel vivo ed è la storia di Charles Strickland narrata dallo scrittore, che assume la veste di suo biografo non ufficiale, in contrasto con gli studiosi e i critici, che lo hanno capito solo dopo la morte, e con il figlio del pittore che della vita del padre fa un racconto edulcorato e sostanzialmente falso. Lo scrittore ricorda i suoi frammentari rapporti parigini con Strickland e riporta i racconti di altri che, in momenti diversi della sua vita, lo hanno conosciuto: il racconto percorre gli stenti e gli insuccessi dell'uomo, genio incompreso in vita, detestato da tutti per il suo carattere assolutamente indifferente agli altri, arso dal fuoco di un'arte che solo lui poteva capire. Negli anni Strickland lascia Parigi, dove spinge la moglie di un altro pittore, Dirk Stroeve, prima a diventare sua amante e a posare nuda per lui, per poi, dopo averla ritratta, lasciarla senza una parola di spiegazione: per la disperazione la donna si suiciderà. Da Parigi la vicenda prosegue a Marsiglia, dove Strickland, secondo il racconto che il capitano Nichols fa allo scrittore, vive di espedienti e di pubblica carità, per poi imbarcarsi e andarsi ad arenare a Tahiti, dove sposerà un'indigena, continuerà a dipingere i suoi quadri, incomprensibili per i contemporanei, e si ammalerà di lebbra, malattia che lo porterà alla morte.
L'uomo, prima di morire, farà bruciare l'ultima sua più grande opera, dipinta sulle pareti della capanna dove viveva con la moglie tahitiana. L'unico estraneo a vederla prima della distruzione fu il medico che lo curò nei suoi ultimi anni e che la descriverà allo scrittore, giunto a Tahiti in occasione di un suo viaggio nella Polinesia Francese.
Che l'io narrante della storia sia una trasposizione autobiografica dello stesso Maugham ci sono pochi dubbi, così come si possono nutrire certezze sul fatto che Charles Strickland sia l'alter ego romanzato di Paul Gauguin, anch'egli agente di cambio, pittore incompreso e ridotto in miseria, andato a morire in Polinesia non di lebbra ma di sifilide. Anche le opere che Gauguin lasciò nella sua ultima casa a Hiva Oa, nelle isole Marchesi, furono distrutte dal fuoco, appiccato non da lui ma dal vescovo del posto che le giudicava blasfeme.
Se Strickland è, per vita e opere, Paul Gauguin, per aspetto, prepotente fisicità e carattere è la trasposizione romanzesca di Vincent Van Gogh, rosso di pelo come il protagonista della nostra vicenda.
I personaggi minori, come la moglie di Strickland e il figlio maggiore dello stesso, il pittore olandese Dirk Stroeve, di scarso talento ma di grande sensibilità e generosità, il capitano Nichols, avventuriero che divise con Strickland gli stenti di Marsiglia, Tiarè, matronale proprietaria di un albergo di Tahiti che trova moglie a Strickland, e altri ancora a volte rasentano lo stereotipo ma hanno una loro vitalità, emergono dalla pagina.
Il romanzo è essenziale perché Maugham scrive in un modo per così dire “economico”: tutto è rivolto alla vicenda di Strickland e alla sua naturale conclusione. Questa asciuttezza può piacere o no, ma la storia si fa leggere, scorre bene, è appassionante, sottolineata da una sorta di understatement a volte ironico.
Di solito dei libri si ricorda l'incipit, di questo mi ha colpito l'excipit: “Mio zio Enrico, che per vent'anni fu vicario di Wishtable, soleva dire in quelle occasioni che persino il diavolo sa citare la Sacra Scrittura per i suoi fini. Egli ricordava il tempo in cui si potevano comprare tredici soldati indigeni per uno scellino”: come dire, una sorta di albagia coloniale molto “british”. In questo sta la grandezza di Maugham, che sa cogliere, senza ipocrisie, gli aspetti peggiori del popolo a cui appartiene.
Una chiosa sul titolo: “La luna e sei soldi” è la traduzione letterale o quasi del titolo originale “The Moon and Sixpence”. Perché il romanzo si intitoli così non è mai spiegato all'interno del libro, quindi per avere delucidazioni dobbiamo ricorrere allo stesso Maugham che, in una sua lettera, ebbe a scrivere: "Se guardi a terra in cerca di una moneta da sei pence, non puoi guardare in alto, e così non vedi la luna", forse a significare che di Strickland/Gauguin tutti vedevano l'aspetto, sicuramente poco gradevole, della persona e delle sue opere, ma non erano in grado di scorgerne il genio, al di là della superficie.

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domenica 3 aprile 2011

Il Mulino del Po


Finalmente, dopo otto mesi di lettura, per la verità irregolare e frammentaria, ho completato la scalata all'Everest della letteratura italiana: “Il Mulino del Po”, di Riccardo Bacchelli. L'opera, in tre volumi di circa settecento pagine ognuno, fu scritta tra il 1938 e il 1940, al ritmo di un tomo all'anno, e segue il filone del romanzo storico italiano, che parte da “I Promessi Sposi” di manzoniana memoria, croce e delizia di generazioni di liceali, prosegue con le “Memorie di un italiano”, di Ippolito Nievo, e continua con opere moderne o contemporanee, tra le quali cito, perché prime mi vengono alla memoria, “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa e “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi, vincitore del premio Strega nel 2010.
Anche in questa monumentale opera di Bacchelli, come nelle altre citate, si raccontano vicende personali ma ambientate e influenzate da quello che accade attorno: qui la vita della famiglia Scacerni, molinari sulla riva ferrarese del Po, è influenzata dalla storia dell'Italia prima napoleonica, poi preunitaria, infine del Regno.
Riassumere la trama di duemila pagine di romanzo è operazione inutile e noiosa, ma qualche cenno occorre darlo: Lazzaro Scacerni è un pontoniere dell'esercito di Napoleone e scampa, tra mille peripezie, alla rotta nella campagna di Russia; il suo bisnipote, terzo nella famiglia a portare lo stesso nome, centosei anni dopo si trova a fare il pontiere su un altro fiume, il Piave, e, sul finire dell'ottobre 1918, trova la morte, unico e ultimo erede della sua famiglia di orgogliosi mugnai. Uno salva la vita nel momento della sconfitta, l'altro la perde in quello della vittoria, come una sorta di chiusura del cerchio. Tra questi due eventi la narrazione delle vicende della famiglia, con personaggi scolpiti a tutto tondo come Lazzaro stesso, fondatore della dinastia e costruttore del San Michele, il mulino di famiglia, Dosolina, di lui moglie, Giuseppe, il loro figlio deforme e degenere, Cecilia, salvata dal naufragio del Paneperso, altro mulino trascinato dalla corrente durante una piena, e costretta da costui a sposarlo con l'inganno, Princivalle e Berta, due dei loro figli. Oltre a questi, veri protagonisti della narrazione, possiamo citare anche eroi negativi, come il Raguseo, strozzino, contrabbandiere, bandito rotto a ogni iniquità, Virginio Alpi, informatore, spia, sbirro della peggior specie, servitore del Papa prima e degli Austroungarici poi, ma, soprattutto, di se stesso e dei propri interessi, per finire con Epicarmo Raibolini, capolega della Guarda, intriso di confuse idee socialiste ma desideroso di imporre il proprio potere, e lo Smarazzacucco, ruffiano, ladro, contrabbandiere privo di scrupoli, che con le loro calunnie renderanno Princivalle l'omicida del futuro cognato, Orbino Verginesi, promesso alla sorella Berta.
Ancora, tanti comprimari, comparse, figure secondarie che in qualche momento assurgono al rango di antagonisti o deuteragonisti, si staccano dallo sfondo e portano il loro mattone all'edificio monumentale di questo romanzo. Come dimenticare la Sniza, ladra e prostituta di campagna, che si innamora perdutamente di Princivalle: memorabile è il racconto dell'accoglienza che riserva al giovane, appena prosciolto dall'accusa di aver bruciato dolosamente il suo mulino, un'accoglienza a base di salama da sugo, sapido insaccato da pentola tipico del Ferrarese, rubato all'emporio del paese, e sesso. Princivalle divora entrambe le pietanze, la salama e la donna, con grande appetito, e, quando lei le dichiara il suo amore, la deride. Se ne possono citare tanti altri, come lo Schiavetto, garzone sul mulino, segretamente e perdutamente innamorato di Cecilia, il Bregola, spia del governo e gestore dell'emporio del paese, Luca Verginesi, la Lantision, il commendator Clapasson ma l'elenco diventerebbe lungo e stucchevole.
Sullo sfondo, sempre presente, sempre foriera di conseguenze per i nostri eroi, la Storia, quella con la “S” maiuscola. Un esempio? senza l'Unità d'Italia non ci sarebbe stata la tassa sul macinato, e senza quel tributo, che salvò le finanze del neonato Regno, ma fu percepito dal popolo come un balzello iniquo, gli Scacerni non si sarebbero tramutati in evasori fiscali e Princivalle non avrebbe incendiato il San Michele per sottrarlo all'ispezione notturna della Guardia di Finanza. E questo è solo un esempio di come gli eventi del mondo entrano prepotentemente e plasmano le vicende della famiglia dei mugnai ferraresi. Non è, tuttavia, solo la Storia, quella dei grandi fatti e dei grandi eventi, a segnare la vita della famiglia: c'è anche una storia molto più minuta, locale, fatta di piene e di alluvioni, di rotte e di secche, di temporali, trombe d'aria, debiti, prestiti, imprenditori che arrivano e cercano di imporre le regole di un'agricoltura industriale e razionale alle famiglie dei coloni, legate alle tradizioni, al versuro, alle sementi prelevate dal raccolto dell'anno precedente. C'è posto per tutto e per tutti in questa saga secolare, nella quale Bacchelli trancia giudizi severi contro liberali, socialisti, clericali e mangiapreti, Destra Storica e Sinistra di De Pretis e Giolitti. Alcune pagine, scritte tra la fine degli anni Trenta e l'inizio del decennio successivo, che descrivono la situazione economica e politica dell'Italia Umbertina, potrebbero essere riprese oggi, tanta è la loro attualità, a indicare che, in fondo, i corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, non sono una mera speculazione filosofica.
Il romanzo è difficile da leggere perché il suo italiano è spesso impervio, non per scarsa scorrevolezza, ma per complessità sintattica: prosa varia, ricca di termini a volte desueti, a volte quasi dialettali (bragliano e versuro sono parole di difficile reperimento sui dizionari, così come appartengono al gergo agricolo termini come boaria, soccida o zerla), una lingua ricca, pingue di parole, ben diversa dall'italiano elementare al quale ci ha abituato la televisione. Non esiste quasi pagina, nel romanzo bacchelliano, che non contenga almeno una parola che obbliga il lettore alla consultazione del dizionario. Certe descrizioni, che si protraggono per pagine, sono dei quadri in parole e anche questo è uno dei motivi che rendono di difficile lettura “Il Mulino del Po”: l'ampiezza delle descrizioni, riguardino queste il paesaggio o gli eventi storici, che fanno perdere quasi di vista il filone principale del romanzo.
Quel senso di stanchezza che a volte coglie il lettore può essere scambiato per noia, ma è, forse, un senso di inadeguatezza e di vertigine che ci prende di fronte a quest'opera, certamente una delle maggiori del Ventesimo secolo.
Un libro non per tutti, ma la cui lettura arricchirebbe chiunque.

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