venerdì 16 settembre 2011

Martin Eden

Oggi mi è venuta voglia di parlare di un grande libro, forse sconosciuto ai più; il suo autore è Jack London, noto grazie alle riduzioni per ragazzi di romanzi come Il richiamo della foresta o Zanna Bianca. Non parlerò di nessuna di queste due opere, ma di Martin Eden, romanzo scritto da Jack London attorno al 1908 e pubblicato prima a puntate dalla rivista Pacific Monthly e poi, in volume, dalla casa editrice McMillan. Martin Eden è sicuramente uno dei più grandi libri scritti da London, assieme a Il Tallone di Ferro e a Il vagabondo delle stelle .
Le somiglianze tra Martin Eden, il protagonista del romanzo, e Jack London sono profonde ma, d'altro canto, in qualche misura ogni autore mette se stesso e la propria vita nella sua opera. Sono i personaggi dei romanzi a raccontarci lo scrittore, soprattutto in questo caso.
La storia è questa: un rozzo marinaio, Martin Eden appunto, salva, in una rissa, Arthur Morse, rampollo di una famiglia borghese, e questi, per ringraziamento, e per mostrare alla sua famiglia un vero bruto, membro delle classi inferiori, lo invita a cena a casa sua. Qui Martin Eden fa la conoscenza di Ruth, sorella di Arthur. Martin è attratto dalla ragazza che, a sua volta, prova un senso di profondo turbamento nell'osservare il marinaio, così diverso dai giovanotti borghesi che frequentano abitualmente la sua casa. Tra i due ci sono differenze enormi: di censo, di cultura, Martin infatti è a stento alfabetizzato mentre Ruth sta per laurearsi in lettere, e anche di età, con la ragazza di alcuni anni più grande. Martin capisce che se vuole sperare di stare accanto a Ruth deve farsi una cultura e una posizione e decide di diventare scrittore.
Il giovane persegue il suo obiettivo con grande tenacia, con cocciutaggine, e si fidanza con Ruth, che riconosce, ammirata e forse spaventata dalla forza primordiale, non solo fisica ma anche morale e di volontà, i grandi progressi che Martin compie in breve tempo, ma lo esorta ad abbandonare le velleità artistiche e ad andare a lavorare, magari come impiegato nello studio legale del padre. Martin rifiuta e va incontro a illusioni e disillusioni, a brevi momenti di euforia e a giorni di grande tristezza perché riviste ed editori ignorano sistematicamente le sue opere. Martin è circondato da persone che considerano le sue ambizioni letterarie una perdita di tempo: oltre a Ruth, infatti anche la famiglia Morse, le sue sorelle ma soprattutto i suoi cognati, uno bottegaio, l'altro meccanico ciclista, vogliono che il nostro eroe lasci perdere la scrittura e si trovi un lavoro serio, umile perché non può aspirare ad altro, ma comunque diverso da quella folle idea di voler essere uno scrittore. Solo chi appartiene alle classi più povere ne riconosce la superiorità culturale e, anche se non lo capisce, in qualche modo lo aiuta e lo incoraggia.
D'un tratto la svolta: a casa di Ruth Martin incontra Russ Brissenden, scrittore e poeta, di famiglia ricca. Questi aiuterà Martin prestandogli del denaro e contribuirà alla sua formazione politica e filosofica. Una sera, che Martin definirà la migliore della sua vita, lo porterà a conoscere un gruppo di filosofi, definiti da Russ “la vera feccia”, poveri in canna ma di grande cultura e passione. Martin, individualista nietzschiano, ascolterà affascinato questa “feccia” ma rifiuterà e confuterà le teorie socialiste, alle quali cerca di avvicinarlo Russ. È qui che la vita di Martin accelera verso l'epilogo, ancora lontano: a una riunione sindacale difenderà con grande passione le sue posizioni individualiste. Un cronista presente, troppo pigro per ascoltare quel che si dice, traviserà completamente il senso delle parole del giovane e lo descriverà come un pericoloso agitatore socialista. L'articolo e l'ostinazione di Martin nel non volere accettare un lavoro inquadrato per continuare a fare lo scrittore lo porteranno alla rottura del fidanzamento con Ruth. Gli eventi continuano a prendere velocità: disilluso dagli editori, Russ rifiuta di stampare il suo capolavoro, Effimera, e Martin glielo sottrae per pubblicarlo contro la sua volontà. Quando si reca dall'amico per dargli la notizia che il poema è stato accettato da una casa editrice, scopre che Russ si è suicidato.
Il vento sta cambiando anche per Martin: una casa editrice, infatti, gli comunica di aver pubblicato L'onta del Sole, trattato filosofico nel quale il giovane confuta il misticismo di Maeterlinck: negli Stati Uniti prima e in Europa poi il saggio è il caso editoriale dell'anno. Sull'onda di quel successo tutti i suoi manoscritti, precedentemente rifiutati, vengono accettati, pubblicati e pagati fior di quattrini. Da povero scrittore squattrinato, Martin diventa ricco e famoso, ma non più scrittore: la lettera con la quale Ruth gli annuncia la rottura del fidanzamento, la morte di Brissenden e l'amara consapevolezza che il successo è arrivato ma che tutte le opere che adesso gli editori si stanno contendendo in fondo erano “lavoro già fatto” lo inaridiscono. Non scrive più e vive in una sorta di limbo privo di stimoli e di interessi, accettando quasi svogliatamente le lettere entusiastiche degli editori, le proposte di traduzione all'estero, gli assegni che fluiscono copiosamente. Ruth, spinta dalla famiglia, lo va a cercare per riallacciare la loro relazione: in fondo, adesso, Martin è un uomo di successo e non è più disdicevole che scriva. Il tentativo fallisce e Martin, pochi giorni dopo si imbarcherà per andarsene. Al largo si farà scivolare in mare e porrà fine alla sua vita lasciandosi annegare.
Anche Jack London, la cui vita ha molti punti in comune con quella del nostro eroe, si toglierà la vita qualche anno dopo la pubblicazione di questo romanzo.
Al di là della trama che dire? La psicologia dei personaggi è abbastanza rudimentale, tanto da essere quasi manichea. Il romanzo è a tesi, cercando di dimostrare che la borghesia, anche piccola o minuta,vuole impedire che la plebe si innalzi dal rango subalterno al quale è destinata. Alcune pagine sulle condizioni del popolo sono simili a Il popolo dell'abisso, saggio sociologico sulla vita dei poveri e dei diseredati dell'East End londinese di inizio secolo; forse c'è qualche forzatura contro il capitalismo, ma sicuramente la vita dei ceti meno abbienti non doveva essere molto diversa da quella descritta.
Jack London è un simpatizzante socialista, anche se la sua idea di socialismo non è dogmatica, ma, al contrario, romantica, confusa e ingenua, e forse proprio in questo sta la fortuna dell'autore, letto e considerato in tutto il mondo: dall'Unione Sovietica, dove si sfruttavano le sue denunce sociali per propaganda, alla Germania nazista, dove erano apprezzate le sue idee sull'inevitabile affermazione di una razza superiore, per finire con l'Italia del ventennio fascista, dove ad essere ammirata era l'esaltazione della forza, tema caro alla retorica mussoliniana. In pratica nei libri di London possiamo trovare tutto e il suo contrario. A riprova di questa confusa ideologia, è da citare una nota che Jack London manda a Upton Sinclair a proposito di Martin Eden :
Una delle ragioni per cui ho scritto questo libro è l'attacco all'individualismo (nella persona dell'Eroe). Devo essere stato piuttosto maldestro dato che nessuno dei miei critici se ne è accorto
Se è per questo, l'attacco all'individualismo sfugge anche al lettore, portato a simpatizzare per Martin, sorta di superuomo nietzschiano. Di socialismo, poi, non si parla un granché e sicuramente non in termini ideologici o propagandistici, quindi, in fondo, ci troviamo di fronte a un socialista piuttosto tiepido.
La pochezza ideologica e la rozzezza psicologica dei personaggi, tuttavia, non sminuiscono l'opera di London: il romanzo ha un suo fascino, è ben scritto, la prosa è potente. Siamo di fronte alla grande opera di un grande scrittore.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

brissenden non si suicida era malato di tbc

MaGo ha detto...

Curiosa Tbc quella di Brissenden, che si conclude con un'intossicazione acuta da piombo. Cito, da pagina 320 dell'edizione BUR del 2008, traduzione di Oriana Previtali:
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"Non ha lasciato alcun indirizzo il signor Brissenden?" domandò all'impiegato, che lo guardò un momento con curiosità.
"Non ha saputo?"
Martin scosse il capo.
"Ma come, era su tutti i giornali! E'stato trovato morto a letto. Suicidio. Si è sparato alla testa."
...>>
E' vero che era malato, ma da qui mi pare si possa evincere, senza ombra di dubbio, che la causa della morte non è stata la tubercolosi, ma un'arma da fuoco.