martedì 2 novembre 2010

I Nemici della Rete

Questo è un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni netizen. Scritto a quattro mani da Arturo Di Corinto, ricercatore e docente alla Sapienza, consulente della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell'Onu, autore di numerosi saggi e articoli per “Il Sole - 24 ore”, e Alessandro Gilioli, giornalista del "L'Espresso" e titolare del blog "Piovono rane", affronta, con ricchezza di documentazione e casi di studio, lo stato di arretratezza nella quale versa la Rete italiana, sospesa tra l'ignoranza, la supponenza e l'incapacità di comprensione di una classe politica inadeguata e inefficiente, come poche al mondo, e l'arrogante pretesa di bloccarne o ritardarne lo sviluppo per favorire altri media, sia per tutelare gli interessi economici del Presidente del Consiglio, sia per limitarne la forza dirompente di strumento di libertà.

Il libro mostra che il re è nudo, evidenziandone i lampanti conflitti di interesse, ma anche che l'opposizione non è certo più vestita, quando alcuni dei suoi principali leader dichiarano di avere più a cuore lo sviluppo di distretti piccoloindustriali (che da una Rete forte e diffusa avrebbero solo da guadagnare) o dimostrano di non aver capito che non esiste un “popolo della Rete”, virtuale e costituito da pallidi ectoplasmi che si abbronzano alla fioca luce del monitor, che non si sa come raggiungere né chi e cosa rappresenti. Parlare di “ popolo della Rete” ha senso come descrivere il “popolo di chi frequenta le palestre” o il “popolo di chi esce di casa alle sette di mattina”. È un modo semplicistico e qualunquistico per descrivere un fenomeno che non si conosce e non ci si sforza di avvicinare. Il “popolo della Rete”, tanto caro a politici e giornali in vena di approssimazione, siete tutti voi che state leggendo questo post, sono io che l'ho scritto, sono le persone reali, con gioie e dolori, debiti e problemi, che frequentano una Rete legata a connessioni obsolete, castigata da un immeritato divario digitale, frequentata da santi e malfattori, esattamente come il mondo reale, ma capace, tuttavia, di generare i suoi propri anticorpi.
La Rete fa paura al Presidente e ai suoi uomini, arroccati nella difesa di aziende televisive ed editoriali, perché è l'unico medium che vede aumentare i propri introiti pubblicitari e, soprattutto tra i giovani, mostra di avere un fascino ben superiore alla televisione.
La Rete è boicottata dai suoi gestori, che si devono rifare dei costosi investimenti fatti su tecnologie obsolete: non credo sia un caso che il principale fornitore di connettività italiano condivida la proprietà con il principale produttore di cavi.
La Rete è percepita dai nostri governanti non come un diritto inalienabile di tutti, ma come una graziosa concessione, come se vivessimo ai tempi di Maria Teresa d'Austria e dell'Illuminismo, e questo nei giorni nei quali l'Unione Europea e alcuni stati nazionali sanciscono l'inalienabile diritto dei cittadini, di tutti i cittadini, ad avere un'efficiente connessione a Internet.
La Rete fa paura ad alcune categorie professionali e imprenditoriali, che non sanno come fare affari su di essa e hanno il timor panico di veder erodere, fino alla scomparsa, rendite di posizione ormai anacronistiche e immotivate; i giornalisti meno avveduti e lungimiranti, poi, lungi dal capire le enormi potenzialità del web, pensano alla iattura di un'informazione libera e diffusa, nella quale tutti siamo produttori e consumatori di contenuti e notizie.
Infine della Rete fa paura la Libertà, di comunicare, di creare anche riutilizzando l'esistente, di scambiare notizie e informazioni, fa, in poche parole, paura tutto, come se ci si trovasse di fronte a un mostro dalle mille teste pronto a distruggere chiunque gli si accosti.
Nessuno si sforza di capire che la Rete è vitalità, velocità, una sorta di Zang Tumb Tumb futurista, ragnatela lungo i fili della quale corrono, in egual misura, creatività e sviluppo economico. Stando così le cose nel breve-medio periodo siamo destinati a diventare un paese da Terzo mondo, non solo per quello che riguarda la connettività alla Rete, ma anche lo sviluppo economico, sociale e culturale che a essa segue.
“I Nemici della Rete” è un libro polemico ma non settario, che evidenzia contraddizioni e meschinità, bizantinismi e piccinerie al limite del grottesco quando, ad esempio, si cerca di far passare come provvedimento contro la pedofilia on line una misura illiberale che, a scavare un po', mostra il volto dell'industria dell'intrattenimento, che si ostina a considerare furto quello che chiunque chiamerebbe condivisione, o le regole che, con la pretesa di combattere il terrorismo, impediscono la diffusione della connessione senza fili a banda larga.
Un orizzonte cupo dunque, da cyberpunk gibsoniano? No, l'Italia, come il solito, si mostra migliore di chi la governa e Arturo e Alessandro concludono il libro con pagine di ottimismo, nemmeno tanto cauto, e parole di speranza, descrivendo realtà giovani, coraggiose e consapevoli che lavorano, pur tra mille laccioli e difficoltà, per creare un futuro migliore per tutti.
“I Nemici della Rete” è un libro che va letto, prestato, diffuso e discusso per aumentare il livello di consapevolezza di tutti.
Mi piace concludere con una frase, ripresa dal libro, pronunciata Lawrence Lessig il 16 marzo 2010 a Montecitorio: “La guerra a internet è una guerra contro i nostri figli”; ne stiamo già facendo tante di guerre ai nostri figli: depauperamento delle risorse, inquinamento, debito pubblico ciclopico … non lasciamo loro in eredità anche questa.

Buona lettura.

La scheda del libro si può trovare qui:
e qui:

martedì 29 giugno 2010

“Prove di felicità a Roma Est” di Roan Johnson

Ho scritto e riscritto almeno tre volte questo commento anche perché, per un problema di salvataggio, si è perso tutto. Mai inconveniente fu più opportuno: infatti non stavo esprimendo le mie impressioni ma soltanto riassumendo la trama di questo romanzo.
Roan Johnson, nonostante il nome, è italianissimo; cresciuto a Pisa, da quando ha venticinque anni vive a Roma. Posso ipotizzare, non conoscendone la storia personale, che “Prove di felicità a Roma Est” sia una sorta di autobiografia, di narrazione ampliata e romanzata di quelle che sono state le sue esperienze di provinciale trapiantato nel “casino serissimo” della Capitale, dove ci sono locali e discoteche, attrici e veline, ma c'è anche tutto un mondo che si allarga verso la periferia. È qui, ai margini della città, che può succedere di tutto, anche di incontrare una guardia notturna che di giorno, per quattrocento euro al mese, è la giovane professoressa di scienze nel “liceo del calcinculo”, scuola privata dove si consegue la maturità dopo aver fatto tre anni in uno e dove il preside ha il televisore a schermo ultrapiatto da cento pollici e la vasca da idromassaggio in presidenza.
Lorenzo Baldacci, a cavallo della sua Vespa Primavera, arriva a Roma dalla provincia pisana per frequentare un costoso liceo privato e qui incontra Marchino, suo compagno di classe e, di sera, pony-pizza in un locale della periferia. È proprio Marchino che introduce Lorenzo nel mondo della periferia romana, dove la città diventa campagna e poi torna città e, di nuovo, campagna.
“Prove di felicità a Roma Est” è un romanzo di formazione, una sorta di “Giovane Holden” al Tuscolano, e racconta le peripezie, amorose e non, di Lorenzo e dei suoi amici, a partire, appunto, da Marchino, il primo del quale facciamo la conoscenza. Poche righe ne descrivono il profilo psicologico: “E allora ho capito perché Marchino mi ricordava il Pilloni e il Ciana, non tanto nel fisico, lui bassetto e moro quanto gli altri due biondi e giganti. La somiglianza era nella capacità di finire nei casini, nella serena accettazione delle sfighe. Perché si trattava di grandi incassatori, gente che i pugni, più che tirarli, aveva imparato a prenderli”.
Poi c'è Samia, la ragazza marocchina della quale Lorenzo si innamora. Lei, cameriera nella pizzeria, è la ragazza di Marchino, ma ha anche occasionali incontri con Vischio, altro dipendente del locale, e una storia con Lorenzo. La ragazza è indipendente, non si vuole sentire costretta, come spiega lo zio: “Non è mica stato facile: ha portato i suoi vestiti e le sue cose da un'amica un po' alla volta. Ha salutato tutti senza farglielo capire, sapendo che venendo qui a Roma non avrebbe rivisto nessuno. Si è decisa quando si è sposata sua sorella. È scappata la sera dopo il matrimonio. L'ha fatto per i suoi genitori, per farli stare tranquilli che almeno la sorella si era sistemata. Una figlia scappa, ma l'altra si sposa con un ragazzo scelto da loro: un buon pareggio fuori casa, no?”.
E Vischio, in un altro momento, rincara la dose: “Le altre sono sciape o mielose. Samia è salata”.
Soprattutto chi abita in una grande città, anche se non necessariamente Roma, non faticherà a rivedere nei personaggi di Johnson qualche bel tipo che conosce, personalmente o per interposta persona: che dire, ad esempio, del professor Garzoli, cugino della madre di Lorenzo, che ospita il ragazzo in casa sua e gli fa ripetizione di latino, greco, italiano e chissà cos'altro? Agorafobico, spinge il ragazzo a diventare pony-pizza, poi a vivere in una stanza in affitto, poi è entusiasta quando Lorenzo, assieme a Vischio, va a vivere in una scassatissima roulotte ai margini di un campo nomadi. È proprio questa esperienza di Lorenzo che aiuterà Garzoli a uscire di casa: comprerà un camper e, con la fedele badante ucraina Ileana inizierà a girare l'Italia, ma giusto per qualche mese, prima di morire.
Un altro personaggio che possiamo dire tutti di aver conosciuto è Scarpe Dorate, che frequenta la scuola e parla con disinvoltura di comprare la laurea: un tamarro, un villano arricchito, con scarpe che contengono, veramente, fili d'oro e Mini Cooper sulla quale ha fatto dipingere dei fori di proiettile. Scarpe Dorate è l'unico, vero antipatico del romanzo e un giorno porta Lorenzo e Marchino a vedere la presidenza, con il mitico schermo da cento pollici e l'ancor più mitica vasca da idromassaggio, destinata a diventare strumento della nemesi. Il giorno della maturità Lorenzo parte verso la scuola, ma tre bambini del campo Rom lo fermano e gli regalano un pesce siluro. Giunto a scuola, assieme a Marchino decide di andarlo a buttare nella vasca del preside. Facile intuire il trambusto che segue alla scoperta del pesciaccio in presidenza: esami ritardati e controlli severi sui candidati: a Scarpe Dorate trovano il telefonino, con il quale contava di farsi fare il compito da un prezzolato, e glielo sequestrano. Morale? L'antipatico è l'unico bocciato della scuola.
Lorenzo inforca nuovamente la Vespa Primavera e se ne torna a casa. Gli ultimi capitoli sono un po' come certi titoli di coda dei film americani, quando, in una frase, si descrive la vita successiva dei personaggi: Samia tornata a Genova, Marchino in partenza per la Germania, Lorenzo che va alla cena per salutare Marchino e incontra per l'ultima volta Samia.
Il finale è un po' malinconico, ma, francamente, un happy end avrebbe stonato.

giovedì 24 giugno 2010

"L'ombra del vento" di Carlos Ruiz Zafon

Di recente ho letto "L'ombra del vento", di Carlos Ruiz Zafon, e, devo dire, non mi ha deluso, ma nemmeno pienamente soddisfatto. L'autore è un bravo scrittore (a meno che la traduzione di Lia Sezzi non ne amplifichi i meriti), il testo scorre e avvince il lettore.
Veniamo al romanzo: non è un capolavoro assoluto della letteratura mondiale anche se ha un suo fascino; non è facilmente inquadrabile in qualche genere letterario, perché, a mio parere, non è un thriller, né un libro di avventura, o un horror, o un mistery o, ancora, un libro fantasy. La trama è complessa anche se alcuni colpi di scena sono prevedibili, come ad esempio la vera identità di Lain Coubert, il demone in carne e ossa che va in giro a bruciare libri, come una specie di Guy Montag (il vigile del fuoco di Fahrenheit 451) in anticipo sui tempi.
Il libro ha due protagonisti, Daniel Sempere e Julian Carax, un deuteragonista, appunto Lain Coubert, un antagonista, l'ispettore Fumero, assassino cinico e spietato, e tanti comprimari qualcuno dei quali, e mi viene in mente Fermin Palacio de Torres, tanto caricato da essere caricaturale. Lo stesso ispettore Fumero è così cattivo da sembrare un personaggio dei fumetti.
I due protagonisti, a un tratto, si trovano a vivere, a distanza di anni, quasi la stessa storia: entrambi perseguitati da Fumero, entrambi innamorati di una ragazza di classe sociale più elevata, e quindi contrastati nel loro sentimento, entrambi amici del fratello della loro innamorata e ben conosciuti dai di lei familiari.
A volte la trama si perde e sembra arrivare in un vicolo cieco: è in questi momenti che arriva qualcuno che racconta fatti che sono fondamentali per il prosieguo della vicenda. Di deus ex machina nel romanzo ce ne sono almeno tre e l'ultimo, un manoscritto che l'ultima vittima dell'ispettore Fumero ha lasciato al padre perché lo consegni a Daniel Sempere, è quello risolutivo, che taglia tutti i nodi e svela tutti i perché.
L'uso eccessivo di questi interventi esterni e inaspettati costituisce uno dei punti deboli del romanzo dal quale, forse, mi aspettavo altra articolazione nello svolgimento della trama. Un vago senso di fastidio, poi, l'ho provato nel leggere alcune pagine centrali del libro, che sembravano messe lì per arrivare a tagliare il traguardo delle quattrocento pagine, ma forse questa mia considerazione è troppo severa.
Lettura piacevole, divertente, anche avvincente, pur se, come abbiamo visto, con qualche limite, mostra la predisposizione dell'autore a scrivere libri per giovani, insomma, per quelli che non leggono più Henry Potter ma non hanno ancora affrontato Marquez.
Uno dei pregi del libro è l'ambientazione. Chi conosce Barcellona si trova a casa: la vicenda, infatti, si svolge nella città antica, quella del Barrio Gotico, del Born, della Ribera, del Raval, fatta di viuzze, di odori, di case di mattoni, di un'architettura più semplice e meno colorata di quella della Barcellona modernista, di Gaudì e degli altri architetti di fine Ottocento, inizi Novecento e questa ambientazione un po' gotica non nuoce al romanzo, anzi, gli conferisce un certo non so che.